novembre 01, 2014

VI PRESENTIAMO due INEDITI

(Maurizio Savini)


Perché un inedito è inedito? 
1) Perché nessun editore l'ha voluto pubblicare. Cosa che non succede soltanto agli inediti di poco valore. Morselli, come è noto, è stato interamente pubblicato post mortem. E che dire di Proust e di Svevo! Anche a loro è capitato di sentirsi dire di NO, almeno una volta.
2) Ma un'inedito può essere inedito (= non è transitato attraverso i torchi di un editore) perché l'autore non l'ha voluto immettere sul mercato. 
Improbabile, penserà qualcuno di voi. Questo sarebbe come darsi la zappa sui piedi... 
E invece forse vi dovrete ricredere. Accanto al self tradizionale, che sottintende "ah, è così, fate i difficili? allora me lo pubblico a mie spese..." si sta diffondendo un'altra forma nuova di self, che recita più o meno: "Il mercato è viziato, è pilotato; oltretutto è in crisi, visto che non si vendono più libri... Sapete perciò cosa vi dico: il mercato lo mando al diavolo. Non vendo. Regalo".  
Autolesionistico?
Niente affatto. Messa da parte la compra vendita, tutti gli sforzi di un autore possono essere finalmente indirizzati verso la ricerca del lettore. L'obiettivo dell'autore smette di essere: ci faccio i quattro soldi per il lesso. E diventa:  creo una community. Con tutto quello che ne deriva.
Ci avete mai pensato che fino a poco tempo fa (diciamo per semplificare fino a Emile Zola in Francia e Gabriele D'Annunzio in Italia) gli scrittori non scrivevano con la fissa di fare il più soldi possibile? Dunque si può anche smetterla di considerare il libro una merce. E si può scrivere per altri più nobili motivi: perché si ha qualcosa da dire, per convincere, per incitare, per sensibilizzare etc. etc. In altre parole per finalità etiche e politiche (sono convinto che molti scrittori anche oggi partano da queste motivazioni e considerino le royalty solo un piacevole corollario). 
Non sappiamo se l'autore del secondo inedito citato qui sotto (Ezio Sinigaglia) la pensi esattamente così. Sicuramente la pensa così Rolando Solidago, che è coautore del romanzo Vero quasi vero, in corso (per l'appunto...) di self pubblicazione. 
Da esso è tratto il brano che segue.


L'ANZIANO FACOLTOSO E LA RAGAZZINA
 Vedendo Chiara che ride di gusto con un’altra ragazza, un fiotto di commozione lo assale improvvisamente. Un groppo gli si forma in gola (quant’è bella giovinezza…). E scorgendo Guglielmo che, verde in viso, lo osserva con odio, si industria di perdonarlo, il ragazzo. Perché a parere di Ambrogio non c’è proprio niente di male se un anziano facoltoso si compera le grazie di una ragazzina. E il fidanzato della ragazzina non dovrebbe essere geloso se la ragazzina accondiscende a dare pro tempore in pasto il suo corpo tonico e scattante a qualche galantuomo scelto, di belle maniere e di sostanza. Non solo Ambrogio perdona Guglielmo, da cui lo separano almeno 45 anni. Spintonato da quella commozione improvvisa, egli  riesce a perdonare anche se stesso, per aver osato troppo, per aver volato troppo alto, per essersi cacciato in una situazione mortificante (brutta cosa invaghirsi di una giovane puledra quando si è vecchi).  Ma le considerazioni pratiche ben presto lo annoiano e perciò le accantona (sai cosa ti dico: se sono rose fioriranno). Piuttosto gli viene il buzzo di assecondare quella commozione che non smette ormai di assalirlo continuamente di traverso e che si tramuta ogni tanto in magone. E così si lascia andare. E a furia di lasciarsi andare, il vecchio comincia ad andare alla deriva. Una deriva che è tutta passionale, in virtù della quale a un certo punto si sente improvvisamente, con i due ragazzi, come se loro tutti fossero una sola famiglia: padre, figliolo e figliola. Padre che palpeggia un po’ troppo la figliola, è vero. Padre che nella figliola scorge la summa di tutto ciò che è vitale a questo mondo. Padre incestuosetto a dir poco. Ma pur sempre “padre” e perciò più incline a dare che a ricevere (già, ma che cosa potrebbe dare, lui? ancora soldi? solo e soltanto soldi? O qualcos’altro? E cosa potrebbe volere da lui quella spregiudicata di Chiara? Domande, domande, solo domande… che noia!). 

(foto di Irina Ionesco)

LA DELUSIONE DI ALADINO
 Aladino mi puntava in viso le sue lampade. Sorridevo. Bamboleggiavo. Mi attaccavo alla tenerezza: il solo sentimento che non dovessi fingere. La faccia di Aladino era un limone secco, con due spilloni azzurri senza vita. Il desiderio era un ricordo. A mezzanotte gli porsi la mia calza, e lui la sua. Era un calzino bianco, delizioso, ricamato a giorno, non più voluminoso del mio pollice. Lo aprii. Dentro c’era qualcosa di straziante: una minuscola gambetta di celluloide, dal ginocchio al piede, certamente asportata da una delle bambole-cimelio delle sue sorelle grandi. Nel caso non volessi capire, il bigliettino ripiegato in quattro mi obbligava. Il calzino sei tu, Ramy, e ci sto al caldo. La firma era una lampadina disegnata con cura, abilmente rotonda, il filamento risolto con un serpentello giocondo e svolazzante. I raggi che se ne dipartivano si trasformavan strada facendo in cuoricini. C’era da piangere. Aladino palpava il calzettone spalancando i tovaglioli di plastica degli occhi. Per un minuto fu un’ultima volta il mio cucciolo, ridente, palpitante di sete. Sciolse il fiocco, tolse la carta rossa e gialla e divorò la scopa di cioccolato in un boccone. Poi trasse i sacchettini di carta color avorio, ad uno ad uno, dal calzettone giallo. Verificò con crescente furore il contenuto di tutti, ad uno ad uno, fino al diciannovesimo. Alla fine i suoi occhi erano grigi. Le guance rosse. Le mani gli tremavano. I sacchettini stavano aperti intorno a lui, gettato sul divano, rovesciando ovunque le loro glasse, gli zuccherini multicolori, le carte d’oro dei cioccolatini. I miei dolciumi gli erano riusciti amari. Sarebbe questo il tuo regalo? Sembra quello di un altro! Non è da te, Ramy, non è da te! È uno schifo!

(Oskar Kokoschka)




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