In un altro post polemizzavo con la tendenza a definire sperimentali tutti quei romanzi che non rientrano nel
cliché del romanzo lineare ad intreccio
(la definizione, un tanto al chilo, è mia). Tendenza che induce un
atteggiamento di pigrizia e scoraggia dall'escogitare categorie d'analisi più
sofisticate.
Nel post citavo, come occasione perduta, The Waves, 1931.
Ora questo
romanzo "sperimentale" di Virginia Woolf vorrei analizzarlo insieme a
voi, nel tentativo magari di rimediare un cincino al torto fatto.
Dato però che il blog si proclama assertore dell'italiano, alle
Onde di Virginia Woolf affiancherò l'Horcynus Orca del siciliano Stefano D'Arrigo (1975).
Non che ci sia un rapporto qualsiasi fra i due romanzi. Si dà
il caso, semplicemente, che anche l'Horcynus
(come tanti altri romanzi estremi) meriterebbe
che si facesse lo sforzo di coniare per lui una definizione un po' più
sostanziosa.
Dunque, per cominciare, Le
Onde.
Premettiamo che una sola lettura di questo romanzo non basta.
E già questo manderà in bestia i lettori edonisti.
La prima lettura di Le
Onde disorienta.
Ok. Hai appena bypassato il primo Interludio lirico che è di
una bellezza sconvolgente e che meriterebbe di essere accompagnato dalla colonna
sonora di Odissea nello spazio. Ti stai chiedendo cosa ci stia a fare questa
sorta di poesia in prosa sul sole che sorge sulle onde del mare. Poi ti accorgi che il testo è in corsivo e
questo ti tranquillizza. Sarà un flashback...
Varcato il preambolo, inizia la teoria dei "disse".
Solo che all'inizio la teoria dei "disse" è incalzante come una
filastrocca psichedelica:
Disse Bernard... due righe dopo disse Susan... due righe dopo disse Rhoda e così via per una quindicina di pagine. Fino a che i 6 bambini non vanno a letto, al culmine di una intensa giornata di giochi, abboccamenti, inseguimenti, giravolte, emozioni.
Finito questo primo Soliloquio
a più voci, che potremmo intitolare il
bacio, perchè tutto ruota intorno al bacio che Jinny (la seduttiva) dà a Louis
(il complessato), attacca un altro Interludio
lirico, che anch'esso parla del sole e del suo maestoso levarsi sulle onde
del mare. E, a seguire, attacca un altro Soliloquio
a più voci, che questa volta ruota intorno ai 6 ex bambini, ora ragazzetti, tre
maschi e tre femmine, che lasciano la famiglia per andare al college.
Giunto a questo punto, il lettore edonista si è ormai arreso,
preso dallo sconforto e in preda alla netta sensazione che questo romanzo non abbia né un capo né una coda
(confermo. anch'io l'ho pensato la prima volta).
E questo non tanto perché si fa un po' fatica a seguire la
storia, che è tutta e solo una sequenza di "disse". Ma soprattutto
perché i sei personaggi (più il settimo, Percival, che però non agisce,
ovverosia non ha soliloqui) ti sfuggono dalle dita come acqua fresca. Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny, Louis
sono onnipresenti e ti accompagnano pagina dopo pagina, colti nelle diverse
fasi della loro esistenza, dall'infanzia alla tarda maturità. Ma sono così
cangianti (all'apparenza), così saturi di emozioni, pensieri, idiosincrasie,
paure, fantasie che un lettore non pratico impazzisce, nel tentativo di
afferrare l'orlo di una sottana o il lembo di una giacchetta: "fermati,
fammi capire che testa hai, che personaggio sei...".
Questa ossessione del personaggio non so se l'ha suggerita abilmente
Virginia Woolf con la sua ben nota tecnica della rappresentazione della coscienza pluripersonale, già sperimentata in altri romanzi, come To the Lighthouse (Gita al faro) o se è un retaggio di una abitudine contratta frequentando un
certo tipo di romanzo, dove tutto viene spiattellato d'emblée fin da principio.
E dove c'è una trama esplicita, una ambiente dettagliato, un tempo da cui non
si scappa e non si può scappare.
Fatto sta che questa ossessione del personaggio ti perseguita
per tutto il corso della prima lettura, anche se Virginia Woolf un po' ti aiuta,
attribuendo a ciascun personaggio immagini e ossessioni tipiche, che a poco a
poco ti consentono di individuarlo. "Ah, ecco, questo è Bernard che ha la
fissa di raccontare storie e che tutti stanno a sentire... e questo è Louis che
ha il naso grosso e l'accento coloniale e che si sente inferiore agli altri
perché non è inglese....".
E poi... e poi c'è lo scorrere del tempo, che nei preludi si risolve nello scorrere di una
giornata (attenzione, una giornata in cui le persone quasi non ci sono, mentre
ci sono gli uccelli, gli insetti, la luce, il vento, le onde) e invece nei
soliloqui si risolve nello scorrere di una intera vita, fino all'assolo finale
di Bernard, il cantastorie, ormai vecchio, ormai canuto, ormai stufo:
"Come sono stanco di storie, come sono stanco di frasi che escono così bene, con tanto di piedi per terra! e come non mi fido di quei bei progetti di vita, così precisi, tracciati su un foglio di carta da lettere. Comincio a desiderare un linguaggio a parte, come quello degli innamorati, parole smozzicate, inarticolate, simili allo scalpiccio dei piedi sul selciato...".
Qui non siamo già più nella narrazione di piccoli fatti quotidiani concentrata in poche ore come nei precedenti romanzi di Virginia Woolf (Gita al faro,1927; La signora Dalloway, 1925). Qui si assiste al contrario allo svolgimento completo di più vite umane.
Ma coerentemente con la tecnica collaudata da Virginia Woolf, la narrazione procede quasi esclusivamente per guizzi di coscienza. I quali, se non sovvertono, certamente mettono in ombra l'ordine cronologico e la compiutezza esteriore del romanzo tradizionale.
Come si fa, dio buono (finzionionimagazine) a dire che la letteratura è noiosa?
Ma coerentemente con la tecnica collaudata da Virginia Woolf, la narrazione procede quasi esclusivamente per guizzi di coscienza. I quali, se non sovvertono, certamente mettono in ombra l'ordine cronologico e la compiutezza esteriore del romanzo tradizionale.
Come si fa, dio buono (finzionionimagazine) a dire che la letteratura è noiosa?
La letteratura è faticosa, sicuramente. E queste Onde lo confermano in pieno. Ma noiosa...
no. Quando è grande letteratura, noiosa non lo è.
Nota: come è risaputo un intervento illuminante su Virginia Woolf che merita ancora di essere letto è quello di Erich Auerbach in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1946), pubblicato da Einaudi nel lontano 1956 e ripubblicato nella Piccola Biblioteca Einaudi nel 2000. Ecco la presentazione un po' stantia che ne fa l'editore.
Mimesis è un'indagine condotta sul realismo letterario, dagli antichi tempi biblici e omerici sino al Medioevo cristiano, al Rinascimento, al Sei e Settecento e che si estende quindi, attraverso il nodo centrale del realismo moderno ottocentesco, fino agli scrittori del Novecento, in particolare Marcel Proust e Virginia Woolf. L'autore ha inteso accertare la presenza e la validità della teoria classica dei livelli di stile nella rappresentazione letteraria, pervenendo a una storia del realismo per mezzo di una metodologia stilistica. È nato cosí un capolavoro della critica letteraria in cui si può cogliere all'opera l'acutezza di uno studioso che si rivela anche scrittore impegnato sugli autori piú famosi e sulle opere principali della civiltà europea.
P.S. non abbiamo fatto in tempo ad affrontare il caso di Stefano D'Arrigo e neanche ad abbozzare una qualche definizione del romanzo di Virginia Woolf. Sarà per la prossima volta!




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