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dicembre 05, 2014

ALLA RICERCA DI UNA DEFINIZIONE FIGURATIVA PER "LE ONDE" di VIRGINIA WOOLF


Sono tentato di considerare Le onde di Virginia Woolf un esempio di Minimal Art in campo letterario. Cioè un romanzo che tende alla riduzione e all'elementarietà.
Però qualche dubbio lo conservo ancora. Nel minimalismo c'è troppa enfasi sulla struttura, nel senso che la riduzione all'osso esalta la struttura.  E comunque il minimalismo è freddo, quasi concettuale: due aspetti che non mi sembrano riguardare The Waves.

(Donald Judd)

Ma perché quest'ansia di stabilire un parallelo fra l'arte del secondo Novecento e il romanzo della Woolf?
Come si diceva già in un precedente post (romanzi sperimentali da ribattezzare) la definizione di romanzo sperimentale, attribuita a The Waves, non mi soddisfa per nulla e non potendo in questo momento attingere alla "letteratura" sulla Woolf, soprattutto quella in lingua inglese (chissà se non c'è da qualche parte una definizione migliore...), mi tocca arrangiarmi, utilizzando le impressioni di lettura che ho buttato giù su un taccuino nero nel corso della terza rilettura del romanzo (chissà perché i taccuini sono sempre neri).




La prima lettura l'ho fatta un anno fa a volo d'uccello, capendoci poco; la seconda l'ho fatta tre mesi fa con la biro in pugno per  circolettare tutti i  Susan disse... Jinny disse... Rhoda disse.... Louis disse... Neville disse... Bernard disse, nella speranza di afferrare il romanzo per la coda. La terza l'ho fatta da poco, prendendo appunti a ruota libera su un taccuino nero (per l'appunto).

Dunque. Nel minimalismo figurativo c'è troppa enfasi sulla struttura. Le forme messe a punto dai minimalisti sono di per sé ottuse, ma si impongono per la loro ingombrante geometricità.  The Waves col suo modo di eludere elegantemente la trama, o meglio di ridurla ai minimi termini, di schematizzarla (la trama di The Waves è ripetitiva come le onde) ha un sapore minimalista, anche perché introduce una certa quota di modularità nell'andamento del romanzo. Ma per tutto il resto è ben lontana dalla ottusa geometricità di un struttura di Sol LeWitt.



The Waves, nel suo decorso ripetitivo (qualcosa di ottuso comunque c'è in quei continui e reiterati Susan disse... Jinny disse...) è infatti piena di colore. Circa il ritmo, che è l'elemento sottolineato dalla stessa Woolf (scrivo non a trama, ma a ritmo) il ritmo  a me sembra relegato un po' sullo sfondo. Anzi: il ritmo è tutto concentrato nel rumore che fa lo sfondo. Cioè è tutto concentrato nel respiro quieto del tempo: il tempo di una giornata nel caso dei preludi e il tempo di una intera vita nel caso dei soliloqui dei sei personaggi.



Il colore invece è la materia di cui sono fatti i singoli pensieri, le emozioni, le paure, le fantasie dei sei personaggi di cui Virginia Woolf raccoglie e riporta i loro "disse".


E allora, vada per l'astrazione orfica di Delaunay.

novembre 28, 2014

ROMANZI "SPERIMENTALI" da RIBATTEZZARE


In un altro post polemizzavo con la tendenza a definire sperimentali  tutti quei romanzi che non rientrano nel cliché del romanzo lineare ad intreccio (la definizione, un tanto al chilo, è mia). Tendenza che induce un atteggiamento di pigrizia e scoraggia dall'escogitare categorie d'analisi più sofisticate.
Nel post citavo, come occasione perduta, The Waves, 1931.  
Ora questo romanzo "sperimentale" di Virginia Woolf vorrei analizzarlo insieme a voi, nel tentativo magari di rimediare un cincino al torto fatto.
Dato però che il blog si proclama assertore dell'italiano, alle Onde di Virginia Woolf affiancherò l'Horcynus Orca del siciliano  Stefano D'Arrigo (1975).
Non che ci sia un rapporto qualsiasi fra i due romanzi. Si dà il caso, semplicemente, che anche l'Horcynus (come tanti altri romanzi estremi) meriterebbe che si facesse lo sforzo di coniare per lui una definizione un po' più sostanziosa.


Dunque, per cominciare, Le Onde.
Premettiamo che una sola lettura di questo romanzo non basta. E già questo manderà in bestia i lettori edonisti.
La prima lettura di Le Onde disorienta.
Ok. Hai appena bypassato il primo Interludio lirico  che è di una bellezza sconvolgente e che meriterebbe di essere accompagnato dalla colonna sonora di Odissea nello spazio.  Ti stai chiedendo cosa ci stia a fare questa sorta di poesia in prosa sul sole che sorge sulle onde del mare.  Poi ti accorgi che il testo è in corsivo e questo ti tranquillizza.  Sarà un flashback...




Varcato il preambolo, inizia la teoria dei "disse". Solo che all'inizio la teoria dei "disse" è incalzante come una filastrocca psichedelica:

Disse Bernard... due righe dopo disse Susan... due righe dopo disse Rhoda e così via per una quindicina di pagine. Fino a che i 6 bambini non vanno a letto, al culmine di una intensa giornata di giochi, abboccamenti, inseguimenti, giravolte, emozioni.

Finito questo primo Soliloquio a più voci, che potremmo intitolare il bacio, perchè tutto ruota intorno al bacio che Jinny (la seduttiva) dà a Louis (il complessato), attacca un altro Interludio lirico, che anch'esso parla del sole e del suo maestoso levarsi sulle onde del mare. E, a seguire, attacca un altro Soliloquio a più voci, che questa volta ruota intorno ai 6 ex bambini, ora ragazzetti, tre maschi e tre femmine, che lasciano la famiglia per andare al college.

Giunto a questo punto, il lettore edonista si è ormai arreso, preso dallo sconforto e in preda alla netta sensazione  che  questo romanzo non abbia né un capo né una coda (confermo. anch'io l'ho pensato la prima volta).

E questo non tanto perché si fa un po' fatica a seguire la storia, che è tutta e solo una sequenza di "disse". Ma soprattutto perché i sei personaggi (più il settimo, Percival, che però non agisce, ovverosia non ha soliloqui) ti sfuggono dalle dita come acqua fresca.  Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny, Louis sono onnipresenti e ti accompagnano pagina dopo pagina, colti nelle diverse fasi della loro esistenza, dall'infanzia alla tarda maturità. Ma sono così cangianti (all'apparenza), così saturi di emozioni, pensieri, idiosincrasie, paure, fantasie che un lettore non pratico impazzisce, nel tentativo di afferrare l'orlo di una sottana o il lembo di una giacchetta: "fermati, fammi capire che testa hai, che personaggio sei...".

Questa ossessione del personaggio non so se l'ha suggerita abilmente Virginia Woolf con la sua ben nota tecnica della rappresentazione della coscienza pluripersonale, già sperimentata in altri romanzi, come To the Lighthouse (Gita al faro) o se è un retaggio di una abitudine contratta frequentando un certo tipo di romanzo, dove tutto viene spiattellato d'emblée fin da principio. E dove c'è una trama esplicita, una ambiente dettagliato, un tempo da cui non si scappa e non si può scappare.
Fatto sta che questa ossessione del personaggio ti perseguita per tutto il corso della prima lettura, anche se Virginia Woolf un po' ti aiuta, attribuendo a ciascun personaggio immagini e ossessioni tipiche, che a poco a poco ti consentono di individuarlo. "Ah, ecco, questo è Bernard che ha la fissa di raccontare storie e che tutti stanno a sentire... e questo è Louis che ha il naso grosso e l'accento coloniale e che si sente inferiore agli altri perché non è inglese....".

E poi... e poi c'è lo scorrere del tempo, che nei preludi si risolve nello scorrere di una giornata (attenzione, una giornata in cui le persone quasi non ci sono, mentre ci sono gli uccelli, gli insetti, la luce, il vento, le onde) e invece nei soliloqui si risolve nello scorrere di una intera vita, fino all'assolo finale di Bernard, il cantastorie, ormai vecchio, ormai canuto, ormai stufo:

"Come sono stanco di storie, come sono stanco di frasi che escono così bene, con tanto di piedi per terra! e come non mi fido di quei bei progetti di vita, così precisi, tracciati su un foglio di carta da lettere. Comincio a desiderare un linguaggio a parte, come quello degli innamorati, parole smozzicate, inarticolate, simili allo scalpiccio dei piedi sul selciato...".
 
(De Chirico, copia)


Qui non siamo già più nella narrazione di piccoli fatti quotidiani concentrata in poche ore come nei precedenti romanzi di Virginia Woolf (Gita al faro,1927; La signora Dalloway, 1925). Qui  si assiste al contrario allo svolgimento completo di più vite umane. 
Ma coerentemente con la tecnica collaudata da Virginia Woolf, la narrazione  procede quasi esclusivamente per guizzi di coscienza. I quali, se non sovvertono, certamente mettono in ombra l'ordine cronologico e la compiutezza esteriore del romanzo tradizionale.

Come si fa, dio buono (finzionionimagazine) a dire che la letteratura è noiosa?
La letteratura è faticosa, sicuramente. E queste Onde lo confermano in pieno. Ma noiosa... no. Quando è grande letteratura, noiosa non lo è.

Nota: come è risaputo un intervento illuminante su Virginia Woolf  che merita ancora di essere letto è quello di Erich Auerbach in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1946), pubblicato da Einaudi nel  lontano 1956 e ripubblicato nella Piccola Biblioteca Einaudi nel 2000. Ecco la presentazione un po' stantia che ne fa l'editore.


Mimesis è un'indagine condotta sul realismo letterario, dagli antichi tempi biblici e omerici sino al Medioevo cristiano, al Rinascimento, al Sei e Settecento e che si estende quindi, attraverso il nodo centrale del realismo moderno ottocentesco, fino agli scrittori del Novecento, in particolare Marcel Proust e Virginia Woolf. L'autore ha inteso accertare la presenza e la validità della teoria classica dei livelli di stile nella rappresentazione letteraria, pervenendo a una storia del realismo per mezzo di una metodologia stilistica. È nato cosí un capolavoro della critica letteraria in cui si può cogliere all'opera l'acutezza di uno studioso che si rivela anche scrittore impegnato sugli autori piú famosi e sulle opere principali della civiltà europea. 

P.S. non abbiamo fatto in tempo ad affrontare il caso di Stefano D'Arrigo e neanche ad abbozzare una qualche definizione del romanzo di Virginia Woolf. Sarà per la prossima volta!

novembre 23, 2014

IL ROMANZO E' MORTO... VIVA IL ROMANZO!

Per qualche imperscrutabile ragione, l'analisi letteraria, a differenza di quella che si occupa di arti visive, soffre di una sorta di complesso di inferiorità, meglio di sudditanza,  nei confronti della tradizione.
Diversamente non si spiega come mai l'analisi letteraria senta il bisogno, parlando per esempio dei romanzi del primo Novecento o dei romanzi dei tardi anni '50, di impiegare termini come: romanzo sperimentale... letteratura d'avanguardia... letteratura di punta... le quali sono tutte categorie che hanno un significato contrastivo.

Tutto questo mi ricorda quello che mi confessava una volta un vecchio miscredente.

"Io non sopporto il termine ATEO. Non ditemi: sei per caso ateo? perché vi modifico i connotati. Ateo come si sa deriva da A (alfa privativo) e Theos (dio in greco) e vuol dire, precisamente, senza dio. Ma allora perché non chiamare i credenti CONTEO (cum-theos)? La ragione è presto detta. Veniamo da una società teocratica e anche se oggi è consentito, vivaddio!, non praticare una religione, è rimasta l'idea che sia giusto adorare un dio e sia una sorta di mancanza non adorare nessun dio. Da cui il termine a-teo, che presuppone per l'appunto, come norma, il culto di un dio e che qualifica per differenza, come un senza dio, chi non aderisce a questa norma e adotta un punto di vista non trascendentale".


Il mio vecchio amico miscredente quando affrontava questo tema a dire il vero la faceva un po' lunga. Io allora non capivo perché. Questo banale Alfa privativo era per lui una specie di incubo e ci tornava su in continuazione.
Poi un giorno ho capito. Per quanto scafato, rotto ad ogni diatriba e profondamente radicato nelle sue convinzioni, il miscredente si sentiva in scacco perché era miscredente  e dunque sentiva il bisogno continuo di ribadire coram populi il suo punto di vista.

La digressione  finisce qui. Credo però che sia servita a chiarire dove vuol andare a parare il mio discorso sull'essere succubi di una tradizione che vuole il romanzo congegnato per forza in una certa maniera. 

Prendete ora un qualsiasi manuale e/o repertorio di arte contemporanea. Cosa ci trovate se andate a sfogliare la parte che tratta il recente dopoguerra negli stessi anni in cui sbocciano le neoavanguardie francesi ed italiane (Roman de regard, Gruppo 63 etc.)?

Anni cinquanta: Arte informale, Art Brut, Espressionismo astratto, CoBrA, Nucleari, Espressionismo figurativo americano.

Anni sessanta: Color field, Computer art, Arte concettuale, Arte povera, Fluxus, Happenings, Neo-Dada, Nouveau Réalism, Op art, Pop art, Performance art...

Passi il fatto che probabilmente  tutti questi termini sono accessibili solo agli addetti ai lavori. Però a tutti sarà sicuramente chiaro che le arti non verbali nei due decenni del dopoguerra hanno dato vita a diversi movimenti, ognuno con la sua storia, il suo nome, il suo programma, i suoi risultati incontrovertibili. Un dipinto in bianco e nero di Franz Kline (espressionismo astratto) non può essere confuso con una coloratissima opera di Karel Appel  (CoBrA). 




Ora sintonizzativi su un qualsiasi saggio di storia letteraria che tratti gli stessi anni.
Se il saggio riguarda l'Italia troverete dotte disquisizioni sul neorealismo e scoprirete che questo "stile" era già operante sul finire degli anni Trenta, che ha avuto il suo acme negli anni dal 45 al '50 e che poi ha cominciato a perdere colpi, violentemente contestato dalla neo-avanguardia, la quale a cavallo degli anni '60 si è data un bel da fare per produrre una narrativa sperimentale o "altra".

Lasciate ora perdere gli anni '50 e andate indietro nel tempo di qualche decennio, in un'epoca che dovrebbe essere più scontata. Scoprirete che il Novecento (non è banalmente il XX secolo, ma è una categoria letteraria che viene usata come sinonimo di Modernità) inizia quando gli intellettuali dichiarano lo stato di crisi  del verismo, del  simbolismo, del positivismo... e inaugurano un estremismo visionario, catapultandosi a peso morto nella letteratura sperimentale (quelle corsivate sono parole di Walter Pedullà, BUR 2013). Prendete ora un testo di quel periodo, quel capolavoro che è The waves (le onde), scritto da Virginia Woolf nel 1931. Ora guardate cosa ne dice Wikipedia 

È il romanzo più sperimentale della scrittrice, essendo strutturato sotto forma di soliloqui dei sei protagonisti della storia: Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis. Altrettanto importante è il settimo personaggio del libro, Percival, che però non sentiremo mai parlare con la propria voce. Ogni personaggio è ben distinto dall'altro e il romanzo segue la loro vita dall'infanzia fino alla maturità.

Capito qualcosa dalla presentazione di wikipedia? ne dubito. Però avrete senz'altro notato quella dicitura sperimentale che campeggia come incipit.

Morale. In letteratura, chissà perché, sembra che si faccia tuttora una certa fatica ad emanciparsi dal modello di romanzo consacrato dall'800 (per quanto non esista un modello unico di romanzo dell'Ottocento). E quando un autore, come la Woolf o come Joyce o come Samuel Beckett scrive qualcosa di diverso, si dice che ha scritto un romanzo sperimentale (o d'avanguardia).  
Ma perché non dire, semplicemente, che con The wawes la Woolf ha inventato un NUOVO TIPO DI ROMANZO e perché non fare uno sforzo per trovare un'etichetta che traduca in soldoni questa invenzione. Che ne so! Romanzo scritto a ritmo?(naturalmente abbiamo copiato dalla Woolf che diceva, a proposito di questo romanzo: "Io scrivo a ritmo, non a trama").


Invece il modello che inconsciamente tuttora ci mette in riga è il modello, per l'appunto, del romanzo lineare a intreccio, detto anche, in certe sue accezioni, Novel of manners o, se si preferisce, Domestic novel... Di questi presepini che sono i romanzi ad intreccio lettori ed editori non possono - sembrerebbe - farne a meno (anzi, ultimamente è cresciuta a dismisura la fame di questi che sono oramai dei sottoprodotti letterari) e giudicano tutto ciò che si discosta da questa traccia come una (pericolosa!) sperimentazione. Storcendo il naso, come facevano un tempo gli avventori grossolani davanti a un piatto di nouvelle cuisine.
UNO SCRITTORE TRADIZIONALE GIUDICA L'AVANGUARDIA
Quanto all'avanguardia, scrive testi illeggibili. E' ovvio dirlo? Sì, è ovvio, ma vero. Un giorno i critici Barilli e Sanguineti hanno fatto una conferenza basata sulla letteratura autre a cui, senza capire nulla, ho avuto l'onore di assistere. Grosso modo ho saputo, quel giorno, che esisteva una letteratura autre. A guardarsi intorno, tra gli addetti ai lavori, pareva, in quegli anni, che la letteratura autre fosse una cosa importantissima. Mi sono chiesto: « Per te è importante la letteratura autre»? E' più importante di un mattino, di un albero, di un'anatra prima dell'alba che vola sulla tua testa e senti il palpito delle ali ma non la vedi, di un piacere, di un dispiacere, di una bottiglia di Brunello di Montalcino, sia pure del 1969, della donna amata che scende alle otto del mattino da un vagone letto, di un lenzuolo di lino eccetera? E' più importante? No, mi sono risposto, nemmeno per sogno. La mia conoscenza con l'avanguardia è finita lì.
(Goffredo Parise, 1972)
L'arte visiva si è liberata da un bel po' di tempo del QUADRO, incorniciato o meno, e gli artisti visivi si rifiutano persino di farsi chiamare pittori. Certo, l'arte visiva è molto autoreferenziale, si culla nel feticismo, ha eretto templi consacrati al culto delle sue star... Però, in compenso, è abbastanza libera di coltivarsi come più gli aggrada.
Gli scrittori invece tremano all'idea di scontentare il loro pubblico (non tutti ovviamente) e quindi si guardano bene dal liberarsi del romanzo a intreccio. Anzi, non si sono ancora liberati del ROMANZO, che, purtroppo nella vulgata corrente significa solo e soltanto romanzo ad intreccio...


Una dittatura culturale! altro che un Alfa privativo....