Per qualche imperscrutabile
ragione, l'analisi letteraria, a differenza di quella che si occupa di arti
visive, soffre di una sorta di complesso di inferiorità, meglio di
sudditanza, nei confronti della
tradizione.
Diversamente non si spiega come mai l'analisi letteraria
senta il bisogno, parlando per esempio dei romanzi del primo Novecento o dei romanzi dei tardi anni '50, di impiegare termini come: romanzo sperimentale... letteratura
d'avanguardia... letteratura di punta... le quali sono tutte categorie che hanno un significato contrastivo.
Tutto questo mi ricorda quello che mi confessava una volta un vecchio
miscredente.
"Io non sopporto il termine ATEO. Non ditemi: sei per caso ateo? perché vi modifico i connotati. Ateo come si sa deriva da A (alfa privativo) e Theos (dio in greco) e vuol dire, precisamente, senza dio. Ma allora perché non chiamare i credenti CONTEO (cum-theos)? La ragione è presto detta. Veniamo da una società teocratica e anche se oggi è consentito, vivaddio!, non praticare una religione, è rimasta l'idea che sia giusto adorare un dio e sia una sorta di mancanza non adorare nessun dio. Da cui il termine a-teo, che presuppone per l'appunto, come norma, il culto di un dio e che qualifica per differenza, come un senza dio, chi non aderisce a questa norma e adotta un punto di vista non trascendentale".
Il mio vecchio amico miscredente quando affrontava questo
tema a dire il vero la faceva un po' lunga. Io allora non capivo perché. Questo banale Alfa privativo era per lui una specie di
incubo e ci tornava su in continuazione.
Poi un giorno ho capito. Per quanto scafato, rotto ad ogni
diatriba e profondamente radicato nelle sue convinzioni, il miscredente si
sentiva in scacco perché era miscredente e dunque sentiva il bisogno continuo di
ribadire coram populi il suo punto di vista.
La digressione finisce qui. Credo però che sia servita a chiarire dove
vuol andare a parare il mio discorso sull'essere succubi di una tradizione che vuole il romanzo congegnato per forza in una certa maniera.
Prendete ora un qualsiasi manuale e/o repertorio di arte contemporanea. Cosa ci trovate se andate a sfogliare la parte che tratta il recente dopoguerra negli stessi anni in cui sbocciano le neoavanguardie francesi ed italiane (Roman de regard, Gruppo 63 etc.)?
Anni cinquanta: Arte informale, Art Brut, Espressionismo astratto, CoBrA, Nucleari, Espressionismo figurativo americano.
Anni sessanta: Color field, Computer art, Arte concettuale, Arte povera, Fluxus, Happenings, Neo-Dada, Nouveau Réalism, Op art, Pop art, Performance art...
Passi il fatto che probabilmente tutti questi termini sono accessibili solo agli addetti ai lavori. Però a tutti sarà sicuramente chiaro che le arti non verbali nei due decenni del dopoguerra hanno dato vita a diversi movimenti, ognuno con la sua storia, il suo nome, il suo programma, i suoi risultati incontrovertibili. Un dipinto in bianco e nero di Franz Kline (espressionismo astratto) non può essere confuso con una coloratissima opera di Karel Appel (CoBrA).
Ora sintonizzativi su un qualsiasi saggio di storia
letteraria che tratti gli stessi anni.
Se il saggio riguarda l'Italia troverete dotte disquisizioni sul neorealismo e scoprirete che questo
"stile" era già operante sul finire degli anni Trenta, che ha avuto il suo acme negli anni dal 45 al '50 e che poi ha cominciato a perdere
colpi, violentemente contestato dalla neo-avanguardia, la quale a cavallo degli
anni '60 si è data un bel da fare per produrre una narrativa sperimentale o "altra".
Lasciate ora perdere gli anni '50 e andate indietro nel tempo di qualche decennio, in un'epoca che dovrebbe essere più scontata. Scoprirete che il Novecento (non è banalmente il XX secolo, ma è una categoria letteraria che viene usata come sinonimo di Modernità) inizia quando gli intellettuali dichiarano lo stato di crisi del verismo, del simbolismo, del positivismo... e inaugurano un estremismo visionario, catapultandosi a peso morto nella letteratura sperimentale (quelle corsivate sono parole di Walter Pedullà, BUR 2013). Prendete ora un testo di quel periodo, quel capolavoro che è The waves (le onde), scritto da Virginia Woolf nel 1931. Ora
guardate cosa ne dice Wikipedia
È il romanzo più sperimentale della scrittrice, essendo strutturato sotto forma di soliloqui dei sei protagonisti della storia: Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis. Altrettanto importante è il settimo personaggio del libro, Percival, che però non sentiremo mai parlare con la propria voce. Ogni personaggio è ben distinto dall'altro e il romanzo segue la loro vita dall'infanzia fino alla maturità.
Capito qualcosa dalla presentazione di wikipedia? ne dubito. Però avrete senz'altro notato
quella dicitura sperimentale che
campeggia come incipit.
Morale. In letteratura, chissà perché, sembra che si faccia tuttora una certa fatica ad
emanciparsi dal modello di romanzo consacrato dall'800 (per quanto non esista
un modello unico di romanzo dell'Ottocento). E quando un autore, come la Woolf
o come Joyce o come Samuel Beckett scrive qualcosa di diverso, si dice che ha
scritto un romanzo sperimentale (o d'avanguardia).
Ma perché non dire, semplicemente, che con The wawes la Woolf ha inventato un NUOVO TIPO DI ROMANZO e perché non fare uno sforzo per trovare un'etichetta che
traduca in soldoni questa invenzione. Che ne so! Romanzo scritto a ritmo?(naturalmente abbiamo copiato dalla Woolf che diceva, a
proposito di questo romanzo: "Io
scrivo a ritmo, non a trama").
Invece il modello che inconsciamente tuttora ci mette in riga è il modello, per l'appunto, del romanzo lineare a intreccio, detto anche, in certe sue accezioni, Novel of manners o, se si preferisce, Domestic novel... Di questi presepini che sono i romanzi ad intreccio lettori ed editori non possono - sembrerebbe - farne a meno (anzi, ultimamente è cresciuta a dismisura la fame di questi che sono oramai dei sottoprodotti letterari) e giudicano tutto ciò che si discosta da questa traccia come una (pericolosa!) sperimentazione. Storcendo il naso, come facevano un tempo gli avventori grossolani davanti a un piatto di nouvelle cuisine.
UNO SCRITTORE TRADIZIONALE GIUDICA L'AVANGUARDIA
Quanto all'avanguardia, scrive testi illeggibili. E' ovvio dirlo? Sì, è ovvio, ma vero. Un giorno i critici Barilli e Sanguineti hanno fatto una conferenza basata sulla letteratura autre a cui, senza capire nulla, ho avuto l'onore di assistere. Grosso modo ho saputo, quel giorno, che esisteva una letteratura autre. A guardarsi intorno, tra gli addetti ai lavori, pareva, in quegli anni, che la letteratura autre fosse una cosa importantissima. Mi sono chiesto: « Per te è importante la letteratura autre»? E' più importante di un mattino, di un albero, di un'anatra prima dell'alba che vola sulla tua testa e senti il palpito delle ali ma non la vedi, di un piacere, di un dispiacere, di una bottiglia di Brunello di Montalcino, sia pure del 1969, della donna amata che scende alle otto del mattino da un vagone letto, di un lenzuolo di lino eccetera? E' più importante? No, mi sono risposto, nemmeno per sogno. La mia conoscenza con l'avanguardia è finita lì.L'arte visiva si è liberata da un bel po' di tempo del QUADRO, incorniciato o meno, e gli artisti visivi si rifiutano persino di farsi chiamare pittori. Certo, l'arte visiva è molto autoreferenziale, si culla nel feticismo, ha eretto templi consacrati al culto delle sue star... Però, in compenso, è abbastanza libera di coltivarsi come più gli aggrada.
(Goffredo Parise, 1972)
Gli scrittori invece tremano all'idea di scontentare il loro pubblico (non tutti ovviamente) e quindi si guardano bene dal liberarsi del romanzo a intreccio. Anzi, non si sono ancora liberati del ROMANZO, che, purtroppo nella vulgata corrente significa solo e soltanto romanzo ad intreccio...
Una dittatura culturale! altro che un Alfa privativo....



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