novembre 10, 2014

SCRITTORI CHE HANNO RACCONTATO UNA CASA

 Pot-Bouille di E. ZOLA
Lucernario di J. SARAMAGO
La vita istruzioni per l'uso di G. PEREC
Cuore di pietra di S.VASSALLI



PARIGI, Rue de Choiseul  location del romanzo Pot-Bouille di E. Zola

Pot - Bouille  in francese significa più o meno: pentola in cui cuoce del cibo ordinario. In italiano il titolo di questo romanzo di ZOLA, che è il decimo del ciclo dei Rougon-Macquart, è stato tradotto Quel che bolle in pentola.  Poi, in modo più appropriato, Dietro la facciata e infine, in chiave un po' kitsch, La solita minestra.


Proprio così: dietro la facciata. E' in questo senso che abbiamo riunito qui questi 4 romanzi, lontanissimi per epoca, ambientazione, stile, intenti, risultati. Che però hanno tutti in comune l'idea di raccontare uno spaccato di vita dall'angolatura di un luogo e nello specifico di un palazzo.

In Pot-Bouille, il primo della serie, viene raccontata quasi con crudeltà la poco edificante vita segreta del rispettabile palazzo parigino di rue de Choiseul, in cui vivono gomito a gomito i diversi personaggi, di estrazione borghese, di cui Zola mette in luce vizi e ipocrisie. 
Siamo nel 1882 e Zola ha appena finito di pubblicare Nana, vita di una cocotte di Parigi, che gli ha dato successo e fama.  Pot-Bouille invece, in cui Zola spara a zero sulla borghesia, solleverà un canaio.


Ma veniamo al più recente SARAMAGO e al suo Lucernario. In questo caso non si tratta di un incidente di percorso in un fortunato ciclo narrativo, come nel caso di Pot-Bouille. Siamo bensì di fronte a un'operetta giovanile finita nel dimenticatoio, che ha procurato al suo autore solo dispiaceri. Lucernario è stato infatti pubblicato post-mortem nel 2011, dopo che l'autore si era espresso per non non dar seguito alla sua pubblicazione: "Obrigado, non se ne fa niente...".

Lisbona, foto di Roberto Tagliani


Ma perché obridado non se ne fa niente? perché quest'operetta lui, Saramago, l'aveva scritta quando era un ventisettenne smandrappato e l'editore a cui l'aveva mandata  non aveva avuto neanche la cortesia di rispondergli. Risultato: dell'operetta non s'era saputo più niente fino al 1999, anno del suo ritrovamento. Troppo cocente, probabilmente, la delusione provata dal giovane Saramago, che allora campava facendo il meccanico. Da qui la decisione di "ripudiarla".
Per fortuna gli eredi hanno deciso diversamente. Il romanzo perduto, come è stato definito, pur con degli evidenti difetti, è infatti un piccolo gioiellino.

Personalmente trovo "datato" il modo che ha Saramago in questo romanzo di riassumere la psicologia dei suoi personaggi: troppo diretto, esplicito, rapido, giornalistico (così come è rapido nella descrizione delle fattezze dei suoi personaggi). Ecco due esempi.
Emilio pensava troppo. Il suo cervello era catturato in mille trappole. Girava intorno ai problemi, vi sprofondava e, alla fine, persino il pensiero era divenuto un problema. 
In cucina, marito e moglie cominciarono il dialogo-monologo di chi è sposato da più di vent’anni. Banalità, parole pronunciate tanto per parlare, un preludio al sonno tranquillo dell’età matura.
E veniamo ora al terzo dei romanzi che raccontano la gente muovendo la candid camera sulle scale, gli androni e gli interni di un palazzo vetusto: La Vie mode d'emploi, del francese di origine polacca Georges PEREC.  

Il romanzo è del 1978. Quando esce è trascorso ormai un decennio da quando Alain Robbe-Grillet, il creatore del Nouveau Roman, ha scritto la sua opera più famosa La gelosia (1957).  Con La vita istruzioni per l'uso siamo però più vicini, come clima narrativo, ai romanzi brevi di  Raymond Quenau, tipo Il diario intimo di Sally Mara (1950) e Zazie nel metrò (1959). D'altronde non a caso Perec dedica la sua opera alla memoria di R. Quenau. 

La casa di Rue Simon-Crubellier n. 11, la via immaginaria dove si svolge la "vicenda" di La vita istruzioni per l'uso, è un maniacale catalogo di cose inanimate e di episodi di vita, che possiede un grande fascino ma non ha risonanze melodrammatiche. A Perec, che aveva la fissa dell'elencazione, sembra più che altro interessare il brulichio di oggetti che si intrecciano con piccole storie: storie a volte misteriose, a volte inquietanti. Tutte storie già avvenute però, cioè cristallizzate dal passato. 

Siamo ben lontani dalla passione di Saramago per i tipi umani e i drammi che a volte sconfinano nel melodramma. Qui  le tranche de vie sono più che altro tessere maniacali di un puzzle.





Ultimo della serie in quanto più vicino a noi l'italiano Sebastiano VASSALLI, che dopo essere stato uno scapestrato scrittore sperimentale del Gruppo 63, alla fine degli anni '80 riapproda alla narrativa classica, prima con La chimera (premio Strega 1990) poi con questo Cuore di pietra del 1996 (Einaudi).

Il romanzo racconta la storia d’Italia dall’Unità a oggi attraverso la storia di una casa vera di Novara, dove Vassalli ha abitato. Come in altri suoi libri, che sono solo apparentemente romanzi storici, attraverso questo angolo visuale l'autore fornisce un significativo ritratto degli italiani. In questo senso Cuore di pietra può essere considerato  il racconto di come eravamo e di come siamo diventati.


Alcune parti del romanzo sono decisamente avvincente, come il racconto dei moti di Milano del’98 repressi da Bava Beccaris. Però l'opera non ha niente di innovativo. Bella prosa, composta, ritmica. Il pretesto che dà origine al romanzo (raccontare la vita di una casa che è passata attraverso la storia) è appunto un pretesto. In realtà la casa non è affatto il protagonista della storia, a differenza del romanzo di Perec. Sembra che Vassalli voglia fare piuttosto della microstoria. A differenza di Saramago non c’è la pienezza dirompente del caso umano, perché mentre il dramma, nel caso di Saramago, graffia, qui tutto si stempera nel flusso della storia che si fa e che passa.


ORA CI SIA CONSENTITO....





Ora ci sia consentita un'autocitazione. Sì perché anche chi scrive, prima che uscisse Lucernario, ha anche lui abbozzato un romanzo ambientato in un palazzo. Poi il romanzo è stato smembrato e del progetto originario è rimasta in piedi solo l'introduzione, che parla per l'appunto della casa che faceva da cornice alla vicenda.

Certe vecchie case hanno i muri che sono impregnati delle emozioni di chi ci è vissuto. Una donna anziana malata ha sbarrato per ore i suoi occhi sulla parete che fronteggiava il suo letto. O ha girato in tondo di continuo il suo sguardo rassegnato sul rosone di gesso del lampadario, la cornice di legno della finestra, la maniglia d’ottone della porta, la tappezzeria a fiori. Una sposina fresca ha chiamato la sua stanza da letto a partecipare alle sue leggere ansie muliebri (emozioni che oggi si presumono tramontate, insieme forse alle sposine). Il figlio della signora anziana malata, durante la guerra, ad ogni licenza ha ritrovato in quella casa la sua antica pace perduta: certe ore trascorse sul balconcino della cucina, d’estate, a fumare, facendo progetti di vita, spiando la dirimpettaia mentre era intenta a fare i mestieri.La storia che ci stiamo accingendo a raccontare si avvale, come sua ribalta, di una casa che nel corso della sua storia secolare ha introiettato a piene mani simili emozioni. Ciò non significa, va da sé, che questo tipo di casa, per via di tale esposizione ai più svariati modi di sentire (sconforto, eccitazione, melanconia, gioia, dolore…),  possa avere un qualche effetto shining sulle persone che ci abitano ora. Tuttavia la storia emozionale che si è accumulata sulle pareti e sui soffitti delle casa, come la polvere, la muffa, lo sporco, è anch’essa una sorta  di patina del tempo, che qualche persona sensibile può anche ‘avvertire’ in modo subliminale.
La casa di cui vogliamo parlare è un palazzo di quattro piani, più mansarda. Una casa d’epoca, che al momento della sua nascita voleva ispirare una robusta rispettabilità e che, pertanto, è stata costruita senza badare a spese. L’ascensore, in bel legno scuro e vetri gialli smerigliati, viaggia al centro della tromba delle scale protetto da una gabbia di ferro a maglie larghe, che rende panoramica la salita e la discesa. È un ascensore lento, silenzioso, dotato di uno strapuntino di cuoio, che veniva usato dalle persone anziane e dai bambini, ai quali quella scatola magica, quando i bambini erano dei sempliciotti, suggeriva le più svariate fantasie. Le scale, con i gradini di bel marmo chiaro, hanno i corrimano in legno scuro. Le pareti dell’atrio sono sobriamente decorate da fregi in tinta pastello ed esibiscono una scritta che è stata apposta dal fondatore e che esprime l’animus di una certa borghesia cittadina, orgogliosa di essersi fatta tutta da sé. L’ingresso è ampio e consente, volendo, l’accesso al cortile interno delle vetture. Ma il cancello rimane per lo più chiuso, perché per tacita intesa nessuno parcheggia la propria vettura nel cortile, quasi non volesse disturbare la quiete di quel luogo appartato, che è un posto speciale nella memoria di quei bambini che lì hanno imparato ad usare la bicicletta, cadendo e ricadendo sui suoi ciotoli rotondi ricoperti di muschio. Ciò che rende veramente particolare questa casa è però l’odore, che chi abita lì da un certo tempo avverte appena varca il portone. È un odore non odore, nel senso che nessuno dei vecchi inquilini è ancora riuscito a stabilire a quale sostanza lo si possa attribuire. Qualcuno ha provato a suggerire: “è la cera che il portinaio passa sui marmi”. Ma l’ipotesi è stata subito scartata, perché decisamente troppo banale. Fatto sta che tale odore nessuno l’ha mai avvertito in altre case simili a questa. E dire che in città ce ne sono veramente tante! Qualcuno ha fatto notare che anche le altre case dello stesso genere e più o meno della stessa epoca hanno un odore inconfondibile. Vero! Però si tratta di un odore scoperto, trasparente, facilmente identificabile. Può essere odore di muri umidi, odore di scale poco arieggiate, odore, per l’appunto, di cera. Niente a che vedere con quel sottile sentore che permea le parti comuni di questa casa e che, secondo un’inquilina anziana del primo piano, ora defunta, neanche le bombe, con tutta la polvere che sollevavano, sono mai riuscite a coprire. È in questa casa  particolare che vivono quasi tutti i personaggi di questa storia. Alcuni (pochi ormai) ci vivono a pieno titolo. Sono cioè, in tutti i sensi, di casa lì e, magari senza rendersene conto, sono cresciuti modulando la loro intimità sulla ‘personalità’ segreta, austera ma ospitale, di  quel palazzo. Per costoro questa casa, con il suo particolarissimo odore, è il palcoscenico di una storia, sia essa quella della famiglia, sia essa la loro storia personale.
Altri inquilini (la maggioranza, ormai) sono invece lì solo tangenzialmente, ovvero sono approdati al palazzo un po’ per caso e ci mangiano, ci dormono, ci lavorano. Il tutto come se niente fosse. Per costoro si tratta solo di un palazzone decoroso, ma datato, tanto è vetusto. Nessun odore particolare giunge da quelle quattro mura ai loro nasi distratti. Nessun ricordo, bello o brutto, li lega a quei marmi, a quei legni, a quegli stucchi. Può essere che di questa nuova leva di inquilini i più transitino senza lasciare traccia di sé. Come può darsi, viceversa, che qualcuno riesca a sintonizzarsi con la grazia antica di questo sito.
 







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