novembre 14, 2014

IL GRUPPO 63 SARA' STATO VERAMENTE AVANGUARDIA?

Una cosa particolarmente difficile è mettersi d'accordo sull'alternarsi delle stagioni. Stiamo naturalmente parlando delle stagioni letterarie (per quanto quelle climatiche non siano ultimamente da meno...). Ogni scuola di pensiero critico-letterario si tiene stretta, infatti, la sua periodizzazione e il gioco di società più praticato fra gli storici della letteratura è quello di far avanzare o far retrocedere lo start di una stagione letteraria. E' successo in particolare con la categoria di moderno. Sta succedendo di nuovo con la sua "antitesi", ovverosia la categoria di post-moderno.



Il caso del POST-MODERNO è particolarmente insidioso: si tratta di una categoria già di suo poco chiara e definita, a cui si aggiunge l'aggravante che ognuno si gioca la carta del post-moderno come meglio gli aggrada. "È il postmoderno, bellezza" si sente ormai mormora da ogni parte, quasi che il postmoderno fosse l'equivalente della fine della storia e non l'ennesima crisi delle utopie illuministiche. A cui fa eco, dall'altra parte: "Maledetto post-moderno... quando finirà mai".

Al di là delle diatribe, ammesso e non concesso che il concetto abbia una sua reale validità, quando è cominciato il post moderno in Italia (o quando ha cominciato l'Italia ad essere post-moderna)?




L'interrogativo può anche essere sterile. Ma applicato a uno specifico caso, che andremo subito a precisare, stimola quel certo spiritello birichino che alligna in ogni lettore (e in ogni scrittore).  



Il caso specifico è -per la precisione-  quello della "stagione letteraria" che in Italia matura agli inizi degli anni '60 e che in Francia si mostra già in tutto il suo splendore sovversivo (letterariamente parlando, beninteso) sul calare degli anni '50. La stagione che da noi sfocia principalmente nella creazione del Gruppo '63, mentre in Francia ha dato vita a svariate iniziative di tendenza, dal Nouveau roman di Robbe Grillet  a OuLiPo e a Tel Quel (1960).
Di fronte a tutti questi eventi letterari, che sono accomunati dal fatto di configurarsi più o meno esplicitamente come avanguardia (o ripresa dell'avanguardia o neo avanguardia) il chiedersi: "non saranno già per caso manifestazioni del postmoderno?" ha un esaltante sapore provocatorio.

Da questo punto di vista la parodistica descrizione che Alberto Arbasino, in Parigi o cara (1960) dà degli scrittori riuniti attorno alla rivista Tel Quel appare quasi profetica, perché Arbasino non mette tanto in evidenza gli elementi di novità del gruppo, quanto i suoi tic, che sembrano avere già sapore e odore di post-moderno.
I giovani letterati di Tel Quel spiccano i loro ordinati voli verso la graziosa immagine e la metafora ben lavorata, dietro una ferma decisione di fuggire dalla realtà, condannare ogni specie di engagement in odore di ideologia. Cercano di mettere insieme Ponge e Robbe-Grillet, nel loro tentativo di innovare la descrizione della natura. Non parlano mai di persone: sempre una descrizione minuziosa e soggettiva di paesaggi. Sempre il formalismo, lo stile, la bellezza un po’ austera della lingua".

Ma come? il post-moderno, sinonimo di crisi e di exhaustion. Il post-moderno, con la sua ideologia della fuga dalla imprendibile realtà, della rinuncia, della perdita di fiducia nel progresso e - più tardi - con il suo esasperante citazionismo, avrebbe ispirato delle neo-avanguardie? 

La considerazione non è poi tanto peregrina se si considera che negli States (ove il termine è stato applicato per primo) è proprio in questi anni che il postmoderno debutta in letteratura. Non c'è infatti dubbio che il postmoderno si attagli come un guanto alla letteratura degli anni '60, per intenderci quella di John Barth e il suo  Il coltivatore del Maryland (1960), quella di Joseph Heller e il suo Comma-22 (1961) o quella di Thomas Pynchon e il suo L'incanto del lotto 49 (1968). Questa raffinata letteratura crede ormai molto poco nella scrittura, ha la tentazione delle vie di fuga, coltiva la pratica della riscrittura, gioca col romanzo come si gioca con un giocattolo rotto. 



(Domenico Buzzetti)


Nel Nouveau Roman (romanzo dello sguardo, in francese regard) si va oltre e trionfa la tendenza a una minuziosa descrizione visiva degli oggetti e della realtà, registrati senza interferenze interpretative. In questa Nouvelle Vague la crisi della fiducia nella capacità di afferrare e rappresentare la realtà attraverso la scrittura produce la fine del personaggio o per lo meno della sua centralità. Ecco, a mo' di esempio, come si manifesta la disorientante minuzia dei dettagli che Robbe-Grillet accumula nel suo romanzo La gelosia (1957).


"Ora è la voce del secondo autista che giunge fino a questa parte centrale della terrazza, venendo dalla parte delle rimesse; canta un'aria indigena dalle parole incomprensibili, o addirittura senza parole. Le rimesse sono situate dall'altra parte della casa, a destra del grande cortile. La voce deve dunque contornare, sotto il tetto sporgente, tutto l'angolo occupato dallo studio; e ciò l'indebolisce notevolmente, sebbene una parte del suono possa traversare lo studio stesso passando attraverso le gelosie. Ma è una voce ben sostenuta: piena e forte, sebbene di registro piuttosto basso. E il canto fluisce facile, scorre senza scosse da una nota all'altra, pur arrestandosi ogni tanto all'improvviso".

Ma veniamo al nostro italico Gruppo 63, che per certi versi è ancor oggi in odore di sovversione.
Le posizioni del nostro Gruppo '63 sono notoriamente  ispirate a una viscerale ostilità nei confronti del romanzo ottocentesco e dei suoi epigoni (le famose Liale: Bassani, Cassola, Pratolini...) che aspiravano a raccontare la realtà così com'è e credevano di riuscire a farlo con i mezzi della letteratura. 

Tutto questo starebbe a significare ben poco. In fondo questa sfiducia l'avevano già dichiarata e tradotta in fatti le avanguardie storiche dei primi anni Venti del '900.  
Non è un caso che lo storico ufficiale del Gruppo 63, ovverosia Renato Barilli, stabilisca un ponte fra Gruppo '63 e queste avanguardie, identificato con l'antinaturalismo di entrambe.
  
Ma il Gruppo 63 non se la prendeva solo con le Liale e con il neorealismo italiano (in primis il povero Pasolini). Il Gruppo 63, in una sorta di ubriacatura nichilista se la prendeva anche con le avanguardie storiche stesse, il loro formalismo esasperato, il loro vitalismo, ma anche il loro impegno civile (è il caso specifico di Edoardo Sanguineti, che proponeva di fare dell'avanguardia un'arte da museo). Rivelando in tal modo - ancora una volta - una profonda e disincantata sfiducia nel potere della scrittura. 
La scrittura per Sanguineti, Pagliarani e gli altri sembra avere un solo destino: essere manipolata quanto basta per mandarla in frantumi ed essere usata per operazioni di sabotaggio.



La domanda che scaturisce da tutto questo, per quanto ispirata dal demonietto del contraditorio, diventa perciò una cosa quasi seria: col Gruppo 63 siamo di fronte alle mosse ardite di una nuova avanguardia, come ce la descrive Barilli, o stiamo leggendo piuttosto la cronistoria di una generazione di intellettuali e letterati che, lasciatisi alle spalle il Moderno, stavano già precipitando verso il suo epilogo?






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