novembre 04, 2014

SVILUPPI NARRATIVI CONVENZIONALI

In un precedente blob, citando Arbasino (Parigi o cara, 1960, intervista a F. Mauriac) scrivevo queste lugubri note a proposito del romanzo.

Tutti scrivevano nella Francia di F. Mauriac. E tutti scrivono, adesso, nell'Italia del 2014 (54 anni dopo l'intervista di Arbasino). Tutti ambiscono a nobilitarsi con un libro, come una volta si nobilitavano le ricchezze bottegaie sposando una fanciulla nobile. 
Difficile pensare che questa che si pubblica oggi sia LETTERATURA. Qualsiasi banco di libreria (lo scaffale è dedicato ai libri seri) propone svariati ROMANZETTI freschi di stampa. Ce n'è per tutti i gusti? No, ce n'è per uno solo, di gusto. Sono tutti brillanti gioiellini scritti in maniera convenzionale e dedicati ai soliti temi convenzionali.


Che dire? 

Anziché lasciarsi andare a simili lugubri considerazioni, sarebbe stato più interessante riepilogare  le varie tappe della annosa diatriba sulla morte del romanzo e della letteratura, che ha coinvolto quasi tutti i nostri critici a più riprese. Chi per la morte del romanzo (i più), chi per il rinnovamento del romanzo (gli altri).
Ma non è impresa di un momento.
Per il momento mi limito perciò ad aggiungere una postilla a quanto detto allora. 


Io diffido della narrativa più recente. A essere preciso mi sono fermato a Volponi (1924-1994), facendo qualche stitica concessione a favore di qualche giovane cannibale (ad esempio G. Culicchia, Tutti giù per terra, Garzanti 1994 e Isabella Santacroce).
Però di recente, per esorcizzare la mia fobia, mi sono imposto di leggere Margaret Mazzantini (premio Strega 2002) e precisamente Nessuno si salva da solo, Mondadori 2011.
Onestamente credevo peggio!
Non si adombri, la Mazzantini! Non è un fatto personale. E' che io preferisco rifugiarmi nel passato, seppur recente, che è già inquadrabile in una prospettiva. Mentre preferisco ignorare, un po' snobbisticamente, i contemporanei, che sono ancora tutti da inquadrare. In primis quelli che vincono premi o incassano cospicue vendite.

La MAZZANTINI non ha smentito di primo acchito le mie viscerali perplessità. Anche lei tratta svenevoli problematiche, del tipo posta del cuore (il solito LUI, che è pressoché uno bambino e la solita LEI, che si è finalmente liberata di LUI, ma che ciononostante accetta di vederLO ancora). Anche lei cade nel patetico, nell'estetica del dolore, nella poetica della sofferenza e del marasma. 

(Pietro Cabrini, tiro a segno, particolare)

Però, debbo riconoscerle un merito: ha messo giù un testo che malgrado l'inconsistenza della trama, scorre, avvince,  si fa leggere Tanto è vero che io ho letto tutto d'un fiato. Stupendomi anche un po', perché la Mazzantini sembra attratta dai temi convenzionali e per giunta non si impegna molto per sfoderare un linguaggio che si discosti dal frasario quotidiano. Il che, data la mia formazione classica, suona un tantino cheap...  

- Dillo. - Cosa? - Dì che non mi ami più. Dillo adesso che siamo in pace... così me lo faccio scendere. Gli sorride con quei denti che si sono ingoiati il paradiso. - Non ti amo più, Gaetano. Annuisce e ride con lei... poi gli occhi si fermano e si gonfiano di tutto, come quelli dei bambini. - Dillo anche tu. - Io non lo posso dire. - Dillo. - Non ti amo più, Delia. - Lo vedi... lo possiamo dire. 

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