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dicembre 20, 2014

UNA NARRATIVITA' TROPPO CONVENZIONALE



C'è una categoria del romanzare che non riesco a mettere bene a fuoco. Ce l'ho qui, sulla punta della lingua. E gli ho trovato anche un nome Narratività.  Che non c'entra con la narratività dei semiologi, perché ha una connotazione molto più prosaica.  Ma di questa narratività casereccia non ho il coraggio di servirmene apertamente, perché sospetto che si potrebbe chiamarla in un altro modo, forse più appropriato.
Ma questo modo più appropriato latita nella mia memoria. O perché è seppellito sotto chissà quante coperte o perché nella mia memoria non c'è punto. Se avessi letto di più di teoria letteraria, forse saprei cos'è quel quid che mi sfugge e che il romanzo della Laura Di Falco (Una donna disponibile Sciascia editore1959, Verbavolant 2014) mi ha istillato nella mente, lasciandolo tuttavia avvolto nella nebbia.



Della Di Falco se n'è già parlato in questo blog. Mi sono accinto a leggerla dopo aver scoperto che una sua nipote, una sicilianuzza che io immagino giovane giovane, ha messo su di recente a Siracusa una piccola casa editrice e fra le altre cose si è messa a rieditare i romanzi di questa scrittrice, ahimè, dimenticata.

Ho scritto ahimè a ragion veduta?

Questo non sono ancora in grado di dirlo. Certo la storia è poco riguardosa nei confronti di quegli autori che non si sono guadagnati gli allori sui campi di battaglia di mezzo mondo. Se non hai partecipato alla campagna d'Egitto, alla campagna d'Italia, alla campagna di Russia difficilmente diventerai un maresciallo dell'impero. La Di Falco ha partecipato a qualche battaglia: due volte finalista allo Strega, pluritradotta, malgrado avesse dei padrini illustri, come Maria Bellonci, Eugenio Montale, Palazzeschi, Comisso, Brancati... nel corso del tempo è stata pensionata. Diciamo che questa scrittrice, nata sotto i cieli del neorealismo, è riuscita a restare sulla breccia fino agli anni '76, sopravvivendo alla neoavanguardia e al '68 (il che non è poco...). Poi basta.

Di lei si dicono cose molto lusinghiere sul web, che di recente è stato sensibilizzato, come si è detto, dalla riedizione dei suoi romanzi. In genere si sottolinea la sua capacità di raccontare la condizione femminile, facendo di lei una femminista ante litteram.




Dal mio punto di vista questo aspetto conta relativamente.
Naturalmente non ho ancora letto abbastanza della Di Falco per sbilanciarmi. Tuttavia fin dall'incipit di Una donna disponibile (1959) ho provato una sensazione quasi fastidiosa, una specie di prurito al naso. 

Da qui è nata la categoria della narratività, intesa a modo mio, che non so se  considerare una pensata originale e, soprattutto, non se se considerare una pensata meritevole di essere divulgata.

Ma cosa c'entra la Di Falco con la narratività intesa a modo mio?
C'entra, perché il suo romanzo fin dalle prime righe mi ha suggerito l'idea che la Di Falco scrive in una maniera troppo convenzionale. Per l'esattezza, adotta uno stile narrativo in cui l'esplicito ha la meglio sull'implicito.

"Elena pensò che le sarebbe piaciuto sapere le parole di quella canzone e uscì dal cancello sulla strada abbagliante. Rivide ancora il sole dell'estate e fu ripresa da quell'improvviso senso di nostalgia con cui quel motivo aveva spezzato a un tratto la sua noia."

Eccola qui l'onniscente terza persona della narrativa tradizionale, in cui il narratore "si atteggia a macchinista e regista e giudice ed esecutore del testo" (JamesWood, Come funzionano i romanzi, Mondadori 2010).

Ed ecco anche il discorso riportato o discorso indiretto, nel quale ciò che passa per la testa al personaggio viene riferito come discorso fatto dal personaggio a se stesso, ma transitando attraverso la connotazione autoriale di quel pensò che toglie flessibilità alla narrazione.

Beninteso, c'è pensò e pensò.
Ecco un esempio, tratto da un testo che lascerò nell'anonimato, in cui l'uso del pensò, declinato in modo tendenzialmente ironico da parte del narratore onniscente, non genera un effetto altrettanto convenzionale.

Nessuna risposta. Ma è usuale che sua madre faccia così, da un po’ di tempo. Chissà come andrà a finire. Francesca se lo chiede, anche se lo sa benissimo. Non a caso ha studiato da infermiera. Così come sa benissimo che non è il caso di procrastinare ancora la decisione che lei stessa ha caldeggiato (condivisa in pieno dalla sorella maggiore), dopo aver ascoltato il dottor Recchia, il loro medico di famiglia: “la mamma dev’essere ricoverata”.




dicembre 02, 2014

LEI PERO' NON E' SPARITA


In un precedente post (Che fine hanno fatto questi romanzieri) accennavo con un certo rammarico al declino di tanti scrittori italiani attivi a partire dagli anni '50, oscurati dalla fama di autori come Pavese, Vittorini, Moravia, Pasolini, Calvino... che il canone ha consacrato come "maggiori".
Tali scrittori, se non sono proprio scomparsi nell'oblio più totale, ad andar bene  sono diventati degli autori minori, di cui ancora si parla qualche rara volta.




Un criterio per stabilire se sono dei minori o sono dei desparecidos è la presenza di una voce dedicata a loro su Wikipedia, la ben nota (e per fortuna che c'è!) enciclopedia del web.
Il Dizionario biografico degli italiani sarebbe il posto giusto. Peccato che l'opera sia ancora lontana da una conclusione (si stima che manchino 10 anni per arrivare alla Z). Quindi se ne può fare un affidamento solo parziale.

Qualcuno di questi autori divenuti minori qualche volta incoccia tuttavia in un destino meno avverso, come è capitato  a Laura Di Falco, pseudonimo di Laura Anna Lucia Carpinteri, siciliana di Siracusa (1910-2002) e sorella di un'altra scrittrice, Teresa Carpinteri.  

(foto di Carell Ghitta)

Di recente la scrittrice, che in vita ha ottenuto parecchi riconoscimenti (è stata per esempio finalista del premio Strega nel 1976),  ha avuto la buona sorta di essere riscoperta.
In primis da Salvatore Granata, che due anni prima della morte dell'autrice, per i tipi della Lussografica di Caltanisetta ha pubblicato un suo romanzo inedito (Figli e fiori) e una raccolta di racconti.
Successivamente da una giovane imprenditrice siracusana, Fausta Di Falco, che di recente ha fondato la casa editrice VerbaVolant e che nel 2012 ha cominciato a ripubblicare i romanzi più conosciuti dell'autrice.

Una donna disponibile (1959 e VerbaVolant 2014)
Le tre mogli (1967 e VerbaVolant 2012)
L'inferriata (1976 e VerbaVolant 2012

Di Laura Di Falco se ne è occupata anche una prolifica studiosa della letteratura al femminile, Donatella La Monaca, ricercatrice presso l'Università di Palermo e autrice di Scrittrice siciliane del Novecento (Flaccovio 2008), nonché di numerosi altri saggi.




« Montale è stato il mio primo recensore e mi ha sempre mantenuto, fino ad ora, il privilegio della sua amicizia. Palazzeschi per sua bontà diceva che ero una delle sue più serie scrittrici italiane. Di Commisso ho cento trenta lettere che penso un giorno di pubblicare. Ma il rapporto più caro di amicizia e simpatia è stato con Vitialiano Brancati e con il compianto Ercole Patti. Ho cercato di avere rapporti epistolari con Sciascia ma lui non mi ha mai risposto. »


Io personalmente non ho letto nulla di questa scrittrice, anche se mi riprometto di acquistare almeno i romanzi pubblicati da VerbaVolant. Non sono perciò in grado di esprimere una mia valutazione sull'autrice (mi aspetto peraltro di leggere romanzi con un impianto schiettamente naturalistico, ma ricchi di  attenzione per la psicologia femminile). Né sono in grado di valutare il senso di questa riscoperta.  Per ciò mi limito per ora a segnalare il caso, che di per sé riveste un certo interesse.