C'è una
categoria del romanzare che non
riesco a mettere bene a fuoco. Ce l'ho qui, sulla punta della lingua. E gli ho
trovato anche un nome Narratività. Che non c'entra con la narratività dei semiologi, perché ha una connotazione molto più prosaica. Ma di questa narratività casereccia non ho il coraggio di servirmene apertamente, perché sospetto che si
potrebbe chiamarla in un altro modo, forse più appropriato.
Ma questo
modo più appropriato latita nella mia memoria. O perché è seppellito sotto
chissà quante coperte o perché nella mia memoria non c'è punto. Se avessi letto
di più di teoria letteraria, forse
saprei cos'è quel quid che mi sfugge e che il romanzo della Laura Di Falco (Una donna disponibile Sciascia
editore1959, Verbavolant 2014) mi ha istillato nella mente, lasciandolo
tuttavia avvolto nella nebbia.
Della Di
Falco se n'è già parlato in questo blog. Mi sono accinto a leggerla dopo aver
scoperto che una sua nipote, una sicilianuzza che io immagino giovane giovane,
ha messo su di recente a Siracusa una piccola casa editrice e fra le altre cose
si è messa a rieditare i romanzi di questa scrittrice, ahimè, dimenticata.
Ho scritto ahimè a ragion veduta?
Questo non sono ancora in grado di dirlo. Certo la storia è poco riguardosa nei confronti di quegli autori che non si sono guadagnati gli allori sui campi di battaglia di mezzo mondo. Se non hai partecipato alla campagna d'Egitto, alla campagna d'Italia, alla campagna di Russia difficilmente diventerai un maresciallo dell'impero. La Di Falco ha partecipato a qualche battaglia: due volte finalista allo Strega, pluritradotta, malgrado avesse dei padrini illustri, come Maria Bellonci, Eugenio Montale, Palazzeschi, Comisso, Brancati... nel corso del tempo è stata pensionata. Diciamo che questa scrittrice, nata sotto i cieli del neorealismo, è riuscita a restare sulla breccia fino agli anni '76, sopravvivendo alla neoavanguardia e al '68 (il che non è poco...). Poi basta.
Di lei si dicono
cose molto lusinghiere sul web, che di recente è stato sensibilizzato, come si
è detto, dalla riedizione dei suoi romanzi. In genere si sottolinea la sua
capacità di raccontare la condizione
femminile, facendo di lei una femminista ante litteram.
Dal mio
punto di vista questo aspetto conta relativamente.
Naturalmente
non ho ancora letto abbastanza della Di Falco per sbilanciarmi. Tuttavia fin
dall'incipit di Una donna disponibile
(1959) ho provato una sensazione quasi fastidiosa, una specie di prurito al
naso.
Da qui è nata la categoria della narratività, intesa a modo mio, che non so se considerare una pensata originale e, soprattutto, non se se considerare una pensata meritevole di essere divulgata.
Da qui è nata la categoria della narratività, intesa a modo mio, che non so se considerare una pensata originale e, soprattutto, non se se considerare una pensata meritevole di essere divulgata.
Ma cosa
c'entra la Di Falco con la narratività intesa a modo mio?
C'entra,
perché il suo romanzo fin dalle prime righe mi ha suggerito l'idea che la Di Falco
scrive in una maniera troppo convenzionale. Per l'esattezza, adotta uno stile narrativo in cui l'esplicito ha la meglio sull'implicito.
"Elena pensò che le sarebbe piaciuto sapere le parole di quella canzone e uscì dal cancello sulla strada abbagliante. Rivide ancora il sole dell'estate e fu ripresa da quell'improvviso senso di nostalgia con cui quel motivo aveva spezzato a un tratto la sua noia."
Eccola qui
l'onniscente terza persona della narrativa tradizionale, in cui il narratore "si
atteggia a macchinista e regista e giudice ed esecutore del testo" (JamesWood, Come funzionano i romanzi,
Mondadori 2010).
Ed ecco
anche il discorso riportato o
discorso indiretto, nel quale ciò che passa per la testa al personaggio viene
riferito come discorso fatto dal personaggio a se stesso, ma transitando
attraverso la connotazione autoriale di quel pensò che toglie flessibilità alla narrazione.
Beninteso,
c'è pensò e pensò.
Ecco un
esempio, tratto da un testo che lascerò nell'anonimato, in cui l'uso del pensò, declinato in modo tendenzialmente ironico da
parte del narratore onniscente, non genera un effetto altrettanto convenzionale.
Nessuna risposta. Ma è usuale che sua madre faccia così, da un po’ di tempo. Chissà come andrà a finire. Francesca se lo chiede, anche se lo sa benissimo. Non a caso ha studiato da infermiera. Così come sa benissimo che non è il caso di procrastinare ancora la decisione che lei stessa ha caldeggiato (condivisa in pieno dalla sorella maggiore), dopo aver ascoltato il dottor Recchia, il loro medico di famiglia: “la mamma dev’essere ricoverata”.


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