dicembre 07, 2014

VI SPIEGO meglio cos'e' VERO QUASI VERO



Vero quasi vero, la finzione di Pietro Cabrini & Rolando Solidago, sta per uscire.
Avete notato che non abbiamo usato il termine Romanzo e che non abbiamo usato il termine Fiction?

Il termine Finzione esiste da tempo, visto che discende dal latino. Ma di solito, in italiano, non viene usato per denotare un prodotto letterario. Viene usato per lo più nel suo significato negativo di simulazione. Segue il significato (positivo) di atto immaginativo o di narrazione di eventi immaginari, usato più raramente. Fiction invece è un anglismo detestabile, che letteralmente significa finzione e dunque indica anche una creazione dell'immaginazione (letteraria). Solo che rispetto all'equivalente italiano si è allargato a dismisura di significato e indica qualsiasi finzione, da quella letteraria alla telenovela.
Romanzo infine è un termine abusato, che sarebbe meglio buttare nel cestino della carta straccia, in attesa che il genere riprenda quota.


(Ale Senso)

In sintesi, Vero e quasi vero è un romanzo che non vuole chiamarsi romanzo e che non vuole aver niente a che fare con la fiction.

Detto questo, si tratta di vedere che colore attribuire a questa finzione.

"Prego?"

Avete capito benissimo. La finzione, quando è di genere, di solito è abbinata a un colore:  nera o rosa o gialla. Cioè appartiene al sotto genere del giallo hard, della letteratura sentimentale o della letteratura poliziesca.

Invece una finzione, se non è di genere, allo stato attuale delle cose un colore non ce l'ha.

Con Vero quasi vero gli autori ritengono che sia giunto il momento di dare un colore anche alla finzione non di genere (alias romanzo). E questo perché essi ritengono che il lettore abbia diritto di sapere in anticipo che tipo di finzione andrà a leggere.

Se vi capiterà di mettere le mani sul libro, noterete che la sua copertina è di un verdino tenue, che non è verde prato, non è verde bottiglia, non è verde marcio. E' un verde luminoso, con una puntina scarsa di giallo.
In altre parole è una copertina fredda (il verde ha dentro il blu), ma non troppo, grazie a quel giallo che tende a prevaricare il blu.

Questo colore descrive a meraviglia la finzione scritta a quattro mani da Cabrini e da Solidago. Vero quasi vero viaggia in una certa dimensione tutta sua, che non ha niente a che fare con la realtà dei giorni nostri, ovvero la brutta realtà di questo paese mal messo.



Badate bene: quello di cui stiamo parlando non è una favola.
Anche in Vero quasi vero l'OGGIDI' con i suoi problemi e le sue emergenze filtra nella pagina scritta. Magari non filtra dalla porta principale, ma senz'altro filtra in forma minore dalle fessure degli scuri.

Tuttavia non è dell'oggi che questa finzione vuole parlare. E non è neanche su un avvenimento particolare (intreccio) che la finzione si concentra.
Vero quasi vero, con questo titolo un po' pirandelliano, racconta situazioni a metà fra il verosimile e l'inverosimile, fra il reale e l'immaginario. Non ha eroi e non ha cattivi. Non ha buoni che soffrono o anime belle. Non ha mediocri e non ha perdenti.

Vero quasi vero si muove su un terreno quasi astratto. Dove la trama, volutamente inconsistente, è un pretesto per raccontare. E dove il racconto è un pretesto per creare immagini.


(A. Gorky)


POSTFAZIONE


Quello che ho raccontato su Vero quasi vero è vero solo in parte (e non poteva essere che così). La finzione non è infatti astratta come ho preteso di far credere. Difficile scrivere un romanzo "astratto". Molto difficile. 
Vero quasi vero, tuttavia, all'astrazione si avvicina per un elemento che contraddistingue soprattutto il primo racconto, quello lungo: la vicenda  viene narrata  spezzettata, come se chi legge guardasse attraverso un vetro che si è rotto in tante piccole schegge. Si crea in tal modo un effetto caledoscopio che ricorda alla lontana la realtà scomposta del cubismo analitico.


(Juan Gris)

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