dicembre 04, 2014

QUANDO CRITICA E PUBBLICO NON VANNO D'ACCORDO



Nel post precedente (Che cosa determina gli alti e bassi in letteratura) abbiamo sentito un esponente della vecchia guardia, il critico Romano Luperini, parlare in modo fortemente polemico dei meccanismi che decidono la fortuna di un autore. 
Si trattava nello specifico di Paolo Volponi, uno scrittore che ha raggiunto l'acme negli anni '80 e che successivamente ha sofferto di una sorta di immeritata eclisse, che si è prolungata fino ad oggi. 
Anni critici per l'Italia - gli anni '80 - e anni critici in particolare per la sinistra. Culminati, come si sa, con la dissoluzione del Partito Comunista. 


Ciò che è illuminante nella ricostruzione di Luperini è il fatto di chiamare in causa fattori di portata generale per spiegare il successo o l'insuccesso di un autore come Volponi.

Luperini, come molti sapranno già, è il capofila di quella pattuglia di "vecchi" critici che hanno denunciato con amare parole la decadenza della cultura letteraria italiana, innescando, nel 2004, un feroce dibattito fra i fautori di una diagnosi apocalittica (Luperini, Berardinelli, Ferroni...) e i difensori del presente (Benedetti, Scarpa, Moresco...).
Possiamo perciò pensare che la sua valutazione del fenomeno Volponi sia viziata dal suo pessimismo di fondo.
Fermo restando tutto ciò (che bella espressione vintage questo fermo restando), di valido nel discorso di Luperini c'è il richiamo a quello che potremmo chiamare - alla vecchia maniera- lo spirito dei tempi.

Insomma: se un autore come Volponi viene oggi ignorato, dopo essere stato a suo tempo osannato, la ragione non va cercata in una banale congiura dei critici o degli editori, ma va cercata in una sorta di disallineamento  fra l'autore e i tempi nuovi . Disallineamento contro il quale ben poco possono fare  i critici, anche i più attrezzati e meglio intenzionati.

Tutte queste considerazioni, che ovviamente qui sono state enormemente semplificate, ci riportano spontaneamente indietro nel tempo di parecchi decenni e per la precisione al culmine di quello che è stato chiamato il "decennio aureo". Il 1962-1972. Cioè al periodo in cui la critica letteraria italiana, prima di essere marginalizzata, ha avuto il suo ultimo momento di gloria (si veda per questo Emanuele ZinatoLe idee e le forme, Carocci 2010) .


Orbene, segno dei tempi, alla fine di quel decennio avviene il primo divorzio fra critica letteraria e pubblico dei lettori, nonché fra critica letteraria e case editrici.

Correva il 1974 e la casa editrice Einaudi pubblicava la Storia di Elsa Morante. Dopo l'ubriacatura neo-avanguardistica degli anni '60 e dopo la precettazione politica, a scapito della cultura, esercitata sugli intellettuali dal '68, il nuovo clima era refrattario nei confronti di una letteratura impegnata e/o sperimentale e anche in Italia si andava imponendo prepotentemente una editoria di consumo, forgiata sul modello imposto dalla televisione, che in quegli anni iniziava la sua grande avventura commerciale.
La Morante in questo contesto si adegua e tenta un'operazione disperata: portare contenuti impegnati al grosso pubblico facendo leva sulla semplicità.

Il battage pubblicitario impostato dall'Einaudi enfatizza questo aspetto della leggibilità, presentando la Storia come una sorta di romanzo popolare. Una significativa pattuglia di critici di tutti gli orientamenti insorge e accusa la Morante di aver fatto un'operazione reazionaria.
Ma il pubblico segue la parola d'ordine lanciata dalla casa editrice e in poche settimane della Storia si vendono 600.000 copie.


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