Nel post precedente (Che cosa determina gli alti e bassi in letteratura) abbiamo sentito
un esponente della vecchia guardia, il critico Romano
Luperini, parlare in modo fortemente polemico dei meccanismi che decidono la
fortuna di un autore.
Si trattava
nello specifico di Paolo Volponi, uno scrittore che ha raggiunto l'acme negli anni '80 e che successivamente ha sofferto di una sorta di immeritata eclisse, che si è prolungata fino ad oggi.
Anni critici per l'Italia - gli anni '80 - e anni critici in particolare per la sinistra. Culminati, come si sa, con la dissoluzione del Partito Comunista.
Anni critici per l'Italia - gli anni '80 - e anni critici in particolare per la sinistra. Culminati, come si sa, con la dissoluzione del Partito Comunista.
Ciò che è illuminante nella ricostruzione di Luperini
è il fatto di chiamare in causa fattori di portata generale per spiegare il
successo o l'insuccesso di un autore come Volponi.
Luperini, come molti sapranno già, è il
capofila di quella pattuglia di "vecchi" critici che hanno denunciato
con amare parole la decadenza della cultura letteraria italiana, innescando,
nel 2004, un feroce dibattito fra i fautori di una diagnosi apocalittica
(Luperini, Berardinelli, Ferroni...) e i difensori del presente (Benedetti,
Scarpa, Moresco...).
Possiamo perciò pensare che la sua valutazione del
fenomeno Volponi sia viziata dal suo pessimismo di fondo.
Fermo restando tutto ciò (che bella espressione
vintage questo fermo restando), di
valido nel discorso di Luperini c'è il richiamo a quello che potremmo chiamare - alla
vecchia maniera- lo spirito dei
tempi.
Insomma: se un autore come Volponi viene oggi ignorato, dopo essere stato a suo tempo osannato, la ragione non va cercata in una banale congiura dei critici o degli editori, ma va cercata in una sorta di disallineamento fra l'autore e i tempi nuovi . Disallineamento contro il quale ben poco possono fare i critici, anche i più attrezzati e meglio intenzionati.
Tutte queste considerazioni, che ovviamente qui sono state enormemente semplificate, ci riportano spontaneamente
indietro nel tempo di parecchi decenni e per la precisione al culmine di quello
che è stato chiamato il "decennio aureo". Il 1962-1972. Cioè al periodo in cui la
critica letteraria italiana, prima di
essere marginalizzata, ha avuto il suo ultimo momento di gloria (si veda per questo Emanuele Zinato, Le idee e le forme, Carocci 2010) .
Orbene, segno dei tempi, alla fine di quel decennio avviene il primo
divorzio fra critica letteraria e pubblico dei lettori, nonché fra critica
letteraria e case editrici.
Correva il 1974
e la casa editrice Einaudi pubblicava la Storia
di Elsa Morante. Dopo l'ubriacatura neo-avanguardistica degli anni '60 e dopo la precettazione politica, a scapito della cultura, esercitata sugli intellettuali dal '68, il nuovo clima era refrattario nei confronti di una letteratura impegnata e/o sperimentale e anche
in Italia si andava imponendo prepotentemente una editoria di consumo, forgiata sul modello imposto dalla televisione, che in quegli anni iniziava la sua grande avventura commerciale.
La Morante in questo contesto si adegua e tenta un'operazione disperata: portare
contenuti impegnati al grosso
pubblico facendo leva sulla semplicità.
Il battage pubblicitario impostato dall'Einaudi
enfatizza questo aspetto della leggibilità,
presentando la Storia come una sorta
di romanzo popolare. Una significativa pattuglia di critici di tutti gli orientamenti insorge e accusa la Morante di
aver fatto un'operazione reazionaria.
Ma il pubblico segue la parola d'ordine lanciata dalla
casa editrice e in poche settimane della Storia
si vendono 600.000 copie.


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