Michail Bachtin dice delle cose molto interessanti in Epos e romanzo (ora in Estetica
e romanzo, Einaudi, 2001). Cose apparentemente ovvie, ma a cui chissà
perché non ci si pensa mai.
1. dei grandi
generi letterari solo il romanzo è più GIOVANE della scrittura e del libro.
2. dei grandi
generi letterari solo il romanzo è pensato per la percezione muta, ovverosia per la LETTURA.
3. di tutti
i generi letterari solo il romanzo non ha un CANONE come gli altri generi letterari, ovverosia non ha un canone di genere.
4. lo studio
degli altri generi letterari è analogo allo studio delle lingue morte, mentre
lo studio del romanzo è analogo allo studio delle lingue vive (cioè giovani).
Si possono
sottoscrivere in pieno tutte queste considerazioni?
In linea di
massima mi stanno bene i punti 1/2/4. Il punto 3 invece mi lascia perplesso,
perché ciò che rende monotono il panorama letterario attuale mi sembra che
sia proprio il manierismo di genere in cui si sono rifugiati troppi romanzieri (va da sé non è la prima volta che succede).
Da quando non capita di incappare in una formula nuova, in un bel vorticoso giro di valzer capace di rimescolare le carte in tavola?
Anche i migliori non si impegnano abbastanza. Quando lo fanno, sfidano la lingua e i suoi limiti, ma non sperimentano nuove regole per il genere. La struttura del romanzo è più o meno sempre la stessa (c'è la possibilità naturalmente che mi sbagli, perché non è pensabile che una sola persona legga tutto ciò che si pubblica).
Sembra che il romanzo sia sul punto di morire perché troppi lo frequentano pedissequamente e perché il genere, pur non avendo un canone definito una volta per tutte, figlia oramai solo dei cloni.
(non l'ho letto, ma credo che tratti di questo il saggio di Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo, Marsilio 2011).
Un Ministero della Cultura che si rispetti dovrebbe finanziare la sperimentazione romanzesca. Non perché un nuovo romanzo sia in grado di determinare impennate nel PIL. Ma perché se qualcuno escogitasse un nuovo romanzo, così, per il gusto di innovare, per il piacere di stupire, vorrebbe dire che c'è ancora speranza e che non tutti gli scrittori sono dei mercenari prezzolati.



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