Lo so, lo
so... il tema è stato già sviscerato e da gente con i controcoglioni (Lector in fabula 1979). Ciò non
toglie che anche un flaneur possa -nel suo piccolo- dire qualcosa di
interessante.
Sto leggendo
Horcynus Orca di Stefano d'Arrigo (1975). Molto lentamente, molto
lentamente. Ma non perché il mastodontico romanzo mi "saturi". Me lo
gusto. Tutto qui. E dunque sono ancora alla prima "scena", quella in
cui le femminote, come un coro greco, sulla spiaggia, nulla facenti, in
atteggiamento di prefiche che piangono l'affondamento dei loro ferry boat,
svillaneggiano il protagonista, 'Ndrja Cambrìa, reo di fare una certa
resistenza al coito.
È bastata
questa prima scena perché io mi sentissi in una commedia latina. L'andamento
lento, dialogico, forbito del romanzo... mi ha ricordato chissà perché il
berbero romanizzato Publio Terenzio Afro, commediografo delle classi alte dell'Urbe.
Probabilmente
si tratta di una mostruosa cappellata. Ma in questo momento indosso i panni del
lettore e dunque tutto mi è lecito.
Chissà. Un'altra
persona, leggendo le stesse 40 pagine introduttive di Horcynus Orca, potrebbe,
che ne so, instaurare un parallelo fra le femminote e le sue antiche compagne
di classe. Un terzo lettore o una lettrice (magari sicilianuzza) potrebbe
invece gustare il rosolio della parlata vernacolare di D'Arrigo.
Tutto è
possibile, quando c'è di mezzo il lettore.
È possibile
persino che qualche lettore non si
accorga di niente e legga tutto il vasto tomo come lo leggerebbe un Mammut,
limitandosi a saziarsi della trama (nel caso di Horcynus Horca mi sembra piuttosto problematico. Si veda a questo
proposito, per cogliere la complessità dell'opera, il sommario analitico
compilato da Marco Trainito)
E qui
veniamo, per dissonanza, al critico.
Leggete l'introduzione,
intitolata Congetture per una
interpretazione di "Horcynus Orca" di Walter Pedullà a questa
ultima edizione dell'opera (Rizzoli
2003) e capirete che mente superiore (rispetto al lettore qualunque) è il
critico.
Oddio,
Pedullà a volte esagera con il virtuosismo (si veda in particolare Walter Pedullà racconta il Novecento, BUR 2013). In questo caso direi che si è
attenuto a un pregevole equilibrio. Ma ha riempito la sua prefazioni di
considerazioni così dense e di così vasto respiro che alla fine viene da dire:
questa non è una lettura "critica" dell'Horcinus. Questo è un pezzo di
bravura saggistico-letteraria. Questa è scrittura alta. È arte. È epica.
È servita a
me la prefazione di Pedullà?
Sì, mi è
servita a farmi sentire un po' una merda. E perciò non l'ho neanche terminata. Ci vediamo dopo, Pedullà. Lasciami leggere
D'Arrigo in santa pace e poi tornerò alla tua di lettura, che sicuramente è più
articolata, di sostanza, plausibile.
Però poi mi
sono sovvenuto di certe cappellate che hanno preso i critici in un passato non
remoto. E mi sono reso conto che i critici, per quanto più forbiti, più
documentati, più preparati, possano farsi influenzare dai loro umori personali,
dai loro vissuti, dalla loro weltanschauung almeno quanto i lettori (seppur in
maniera un tantino diversa).
Avrete
notato che il critico parteggia quasi sempre per qualcuno?
O parteggia per Pasolini. O parteggia, viceversa, per Calvino.
O parteggia per Gadda. O parteggia per Volponi.
Questo
significa che il contributo del critico è da buttare sprezzantemente alle
ortiche?
Neanche per
sogno.
Basta non
pensare che in critico veritas.
A questo
proposito mi sovviene il titolo di quella FINZIONE (il termine viene usato
espressamente in sostituzione dell'abusato romanzo
e in contrapposizione al forestiero fiction)
che mi sta tanto a cuore e di cui abbiamo parlato già più volte: Pietro Cabrini
& Rolando Solidago, Vero quasi vero.
Sono sicuro
che chi ha avuto la buona sorte di ricevere in regalo la finzione non si è
fermato ad analizzare l'immagine che c'è in copertina, né tanto meno l'ha messa
in relazione con il contenuto della finzione.
Ah, che
distratto questo lettore!
Ma cosa mai
penserà, il lettore, quando legge un libro?



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