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dicembre 03, 2014

CHE COSA DETERMINA GLI ALTI E BASSI IN LETTERATURA?

Non c'è niente da fare... mi sto innamorando di queste scrittrici siciliane del primo dopoguerra. Dopo Laura Di Falco (cfr. il post  "Lei però non è sparita"), che aspetto con ansia di leggere, ecco che salta fuori LIVIA DE STEFANI.


Palermitana, nata nel 1913, morta nel 1991. Una bellissima donna, di classe, che come Laura Di Falco lasciò giovane la Sicilia per Roma, dove raggiunse il successo letterario al principio degli anni '50 con il suo romanzo più noto: La vigna di uve nere, Mondadori 1953 e poi Rizzoli 1968.

La vicenda narrata ha come sfondo la Sicilia del ventesimo secolo che però sin da subito si configura come un' isola senza tempo, fossilizzata. Casimiro Badalamenti, proprietario di un vigneto di uve nere, si trasferisce per motivi legati a loschi affari da Giardinello a Cinisi. Si tratta di un viaggio di appena venti chilometri, ma essendo Giardinello «paese di montagna, e Cinisi paese di mare, è come se fossero la terra e la luna». A Cinisi il protagonista del romanzo trova Concetta, femmina malfamata, una sorta di lupa verghiana, che ne risveglia le passioni e che diventa la sua donna. Dalla loro unione nasceranno due figli, Nicola e Rosaria, che vengono allevati lontano da casa, ignari l' uno dell' esistenza dell' altra. Si ritrovano già adulti, e tra loro nascerà una passione che li condurrà dritti all' incesto. Il padre, per evitare lo scandalo, costringerà Rosalia al suicidio mettendo in salvo Nicola il quale, in quanto maschio, potrà garantite la continuazione del nome della famiglia (tratto da Salvatore Ferlita, De Stefani scrittrici di una Sicilia morbosa, 2007).



Al consenso ottenuto allora, con premi e traduzioni multiple (Germania, Francia, Argentina, Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra e Stati Uniti) fa da pendant il silenzio che la circonda oggi. Livia De Stefani non ha neppure una voce su Wikipedia e la Treccani le dedica 5 righe nella sua enciclopedia on line.

Diciamocela schietta. O i suoi estimatori di allora (Alberto Savinio, Michele Prisco...) hanno preso un abbaglio o c'è qualcosa che funziona in modo criptico nel meccanismo che regola la "fortuna" di uno scrittore.

I maggiori critici italiani negli ultimi 10 anni si sono spesso lamentati d'aver perso carisma e autorevolezza. Il successo editoriale non dipende più dal loro  beneplacito. Sarà anche vero. Ma prima? Con che criterio prima si dispensavano i voti: ottimo, discreto, sufficiente, insufficiente?
Perché alcuni autori hanno un posto al sole al Famedio che nessuno gli insidierà mai (a meno che le orde dello stato islamico non sbarchino in Italia) e altri invece debbono addirittura sloggiare dal loculo in cui sono stati confinati?


(famedio di Alfredo Lensi)


Faccio un esempio che casca a fagiolo, anche se non riguarda una bella scrittrice siciliana ma un ombroso scrittore marchigiano: Paolo Volponi. E chiamerò alla sbarra dei testimoni Romano Luperini, il critico letterario che mi stimola in assoluto di più.
Bene, Luperini in una intervista rilasciata nel 2004 (ora in La fine del postmoderno, Guida 2008), parla della scomparsa (ahimé) degli scrittori intellettuali, cioè di quegli scrittori, come Fortini, Pasolini, Calvino, Sanguineti ... che avevano non solo un carisma intellettuale, ma anche un'incidenza etico politica. Fra tutti Luperini sembra aver un debole per Volponi, impegnato in un "corpo a corpo con la realtà" che lo collocava su un piano meno artefatto di quello in cui, per esempio, operava il più intellettualistico Sanguineti.

Malgrado i due premi Strega (1965 e 1991) sulla testa di Volponi, a parere di Luperini,  sembra essersi depositato il malocchio. Il canone ufficiale che consacra i grandi autori, mentre è stato generoso con Calvino non è stato infatti altrettanto generoso con Volponi. Dopo una lunga parentesi, in cui su questo autore negli anni '90 è calato il silenzio, oggi pare che lo si voglia riscoprire, come attesterebbe la nuova edizione delle sue opere intrapresa da Einaudi nel 2002-2003. Ma Luperini è scettico. A suo parere Volponi è un autore difficile, aggressivo, problematico che, a differenza di Calvino, "non cerca la collaborazione del lettore". Pertanto parlare di un ritorno a Volponi, secondo Luperini, è francamente un azzardo.

"Volponi è incompatibile con il cinismo e il narcisismo che prevalgono dentro l'orizzonte attuale della letteratura italiana. E' giusto dunque che quasi nessuno oggi lo ricordi più. Nel declino di civiltà che stiamo attraversando, sarebbe fuori posto. Eppure, proprio per questo, avremmo più bisogno di lui. E, più dolorosamente, ci manca".  

Fra Volponi e Livia De Stefani - va da sé - non corre nessun rapporto. Se non una certa vocazione all'oblio. 

Vocazione all'oblio che nel caso di Volponi è giustificata, come spiega Luperini, dal tramonto di una certa Italia, quella dell'impegno civile e politico. Mentre nel caso della De Stefani tutto farebbe pensare che si tratti di un oblio per consunzione. Nessun critico, in altri termini, l'ha più spalleggiata e nessun editore l'ha più riproposta.

Perché?
  

“Ho un piccolo vanto: essere stata la prima in Italia a parlare del potere mafioso come di qualcosa che comporta un carattere particolare dell’uomo: violento, chiuso, autoritario e protettivo, con il culto del proprio potere e della sottomissione degli altri”. 


novembre 04, 2014

SVILUPPI NARRATIVI CONVENZIONALI

In un precedente blob, citando Arbasino (Parigi o cara, 1960, intervista a F. Mauriac) scrivevo queste lugubri note a proposito del romanzo.

Tutti scrivevano nella Francia di F. Mauriac. E tutti scrivono, adesso, nell'Italia del 2014 (54 anni dopo l'intervista di Arbasino). Tutti ambiscono a nobilitarsi con un libro, come una volta si nobilitavano le ricchezze bottegaie sposando una fanciulla nobile. 
Difficile pensare che questa che si pubblica oggi sia LETTERATURA. Qualsiasi banco di libreria (lo scaffale è dedicato ai libri seri) propone svariati ROMANZETTI freschi di stampa. Ce n'è per tutti i gusti? No, ce n'è per uno solo, di gusto. Sono tutti brillanti gioiellini scritti in maniera convenzionale e dedicati ai soliti temi convenzionali.


Che dire? 

Anziché lasciarsi andare a simili lugubri considerazioni, sarebbe stato più interessante riepilogare  le varie tappe della annosa diatriba sulla morte del romanzo e della letteratura, che ha coinvolto quasi tutti i nostri critici a più riprese. Chi per la morte del romanzo (i più), chi per il rinnovamento del romanzo (gli altri).
Ma non è impresa di un momento.
Per il momento mi limito perciò ad aggiungere una postilla a quanto detto allora. 


Io diffido della narrativa più recente. A essere preciso mi sono fermato a Volponi (1924-1994), facendo qualche stitica concessione a favore di qualche giovane cannibale (ad esempio G. Culicchia, Tutti giù per terra, Garzanti 1994 e Isabella Santacroce).
Però di recente, per esorcizzare la mia fobia, mi sono imposto di leggere Margaret Mazzantini (premio Strega 2002) e precisamente Nessuno si salva da solo, Mondadori 2011.
Onestamente credevo peggio!
Non si adombri, la Mazzantini! Non è un fatto personale. E' che io preferisco rifugiarmi nel passato, seppur recente, che è già inquadrabile in una prospettiva. Mentre preferisco ignorare, un po' snobbisticamente, i contemporanei, che sono ancora tutti da inquadrare. In primis quelli che vincono premi o incassano cospicue vendite.

La MAZZANTINI non ha smentito di primo acchito le mie viscerali perplessità. Anche lei tratta svenevoli problematiche, del tipo posta del cuore (il solito LUI, che è pressoché uno bambino e la solita LEI, che si è finalmente liberata di LUI, ma che ciononostante accetta di vederLO ancora). Anche lei cade nel patetico, nell'estetica del dolore, nella poetica della sofferenza e del marasma. 

(Pietro Cabrini, tiro a segno, particolare)

Però, debbo riconoscerle un merito: ha messo giù un testo che malgrado l'inconsistenza della trama, scorre, avvince,  si fa leggere Tanto è vero che io ho letto tutto d'un fiato. Stupendomi anche un po', perché la Mazzantini sembra attratta dai temi convenzionali e per giunta non si impegna molto per sfoderare un linguaggio che si discosti dal frasario quotidiano. Il che, data la mia formazione classica, suona un tantino cheap...  

- Dillo. - Cosa? - Dì che non mi ami più. Dillo adesso che siamo in pace... così me lo faccio scendere. Gli sorride con quei denti che si sono ingoiati il paradiso. - Non ti amo più, Gaetano. Annuisce e ride con lei... poi gli occhi si fermano e si gonfiano di tutto, come quelli dei bambini. - Dillo anche tu. - Io non lo posso dire. - Dillo. - Non ti amo più, Delia. - Lo vedi... lo possiamo dire.