Il pittore espressionista tedesco Hermann Warm,
uno dei coregisti del famoso Il gabinetto
del dottor Caligari (1920) affermava che "i film devono diventare
disegni vivi".
E come
disegni vivi si può ancor oggi
vedere il film Il Golem, girato da Paul Wegener nel 1920.
Si
tratta della seconda edizione espressionista di questo film (la precedente versione realistica
del 1915 è andata perduta) e oggi la possiamo visionare restaurata.
Proprio
così. In questo film l'impatto della scenografia e delle singole riprese è così
forte che ci si scorda di seguire la trama, per altro ormai arcinota (così com'è
arcinota la trama del dottor Frankenstein, emulo del Golem). E ci si concentra
sui "disegni vivi" dei singoli fotogrammi.
Fin dalla
prima sequenza, in cui si vede il rabbino praghese Löw che scruta le stelle con
un improbabile telescopio, in cima a un improbabile torrione, la trama, grazie a questo film, si svela per quello
che è: un ingrediente fra i tanti e neanche il più importante.
Un artificio
che tutti noi - chi più chi meno - abbiamo ciucciato col latte dell'infanzia e
che di conseguenza abbiamo inglobato così a fondo nei nostri neuroni da farlo
diventare non un canone fra i tanti - e nello specifico il canone del realismo commerciale - ma il canone tout court (diciamo le cose
come stanno: a noi tutti, nei nostro momenti peggiori, ci interessa soprattutto il lieto fine e soprattutto ci interessa il
brivido che ci dà l'attesa del lieto fine).
Sarà merito
delle bislacche scenografie espressioniste. Sarà merito dei primi piani e del
gioco delle luci e delle ombre, tutto così lontano dalla tecnica
cinematografica in voga oggi. Ma questo film lo si gode scena per scena,
fotografia dopo fotografia, come se fosse una galleria di quadri. Senza pensare
un solo momento alla sequenza, all'intreccio, alla storia, alla trama.
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| (Nosferatu di Murnau) |
Domanda: saremmo in grado di provare la stessa cosa con un romanzo? Cioè con un "testo" fatto di parole e non di immagini.
In cui le parole magari ci portano a percorrere strade in cui non si viaggia veloci e spediti verso la meta come è solita viaggiare la trama di un romanzo commerciale. O perché interrompono il filo conduttore e diluiscono la trama. O perché di trama non ce n'è punto?
Diciamo la
verità. Quando la parola autorale ci suggerisce di percorre strade che non portano
acqua al mulino della trama, a quasi tutti ci prende un...
cordiale e violento fastidio! Da cui la difficoltà di leggere i cosiddetti romanzi sperimentali. Non perché siano più difficili degli altri, ma perché non rispettano il codice impresso nel nostro DNA di pigri lettori di storielle.




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