Ardengo
soffici, Lemmonio Boreo ovvero
l'allegro giustiziere, Vallecchi 1943.
Non è la prima edizione di questo
romanzo, perché Soffici lo scrisse e lo pubblicò nel 1912. Questa è l'edizione
più a buon mercato che c'è nel circuito dell'usato. Il romanzo è
insopportabilmente moralistico e a ben vedere sembra anticipare certi pruriti
squadristici del primo dopoguerra, nonché certi contorcimenti pupulistici del
momento attuale. Lemmonio Boreo, un giovanotto tosco alquanto insoddisfatto, a
un certo punto decide di battere la campagna alla maniera di don Chisciotte e
si dedica a riparar torti prendendo di mira i prepotenti, i padroncini, le
canaglie, gli avvocati carrieristi, i parroci farisei. E via di questo passo. Lo
sfondo storico è quello dell'Italietta giolittiana. Il fondale è una certa
Toscana rurale dei casolari e delle osterie. In questa operazione
moralizzatrice Lemmonio si fa assistere da due compari, Spillo e Zaccagna,
esperti nel far a cazzotti e nell'ordire trame.
Insomma, Lemmonio anticipa tutta la genealogia dei giustizieri, ma in
salsa campestre e in versione
parrocchiale. Non se la prende tanto con la malavita organizzata, quando con i prepotenti
della porta accanto e con la "casta", che era allora ai suoi primi
vagiti.
Che dire? Il romanzo ispira una certa
tenerezza, tanto è fuori contesto, a veder le cose con l'ottica di oggi.
Bastasse un giovanotto di onesti intenti a far quadrare le cose...
Però un suo fascino intatto lo conserva
ancora, questo Lemmonio Boreo. E il
fascino sta tutto nella lingua, che è fresca come un sorso di Chianti bevuto a
garganella da una bella brocca di coccio.
"Lemmonio, sempre più immobile, sebbene non più tanto calmo, lo guardava attentamente. Guardava le sue gote gonfie e vermiglie, il suo naso a ballotta, i suoi piccoli occhi falsi, la sua fronte angusta e rugosa d'uomo mediocre, schiacciata sotto un ciuffo di capelli fulvi arruffati, tutta la sua figura volgare, e ripensando a ciò che Spillo gli aveva detto di lui, si meravigliava che un così tristo imbecille potesse presentarsi impunemente come faceva quasi di continuo davanti a pubblici sempre diversi che abbeverava di sempre simili chiacchiere insulse e bestiaggini, e ciò senza pericolo, ma riscuotendone applausi anziché patatate. Era dunque vero che tutte le folle sono così bestiali!"
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| (Mario Mafai, autoritratto) |

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