dicembre 05, 2014

ALLA RICERCA DI UNA DEFINIZIONE FIGURATIVA PER "LE ONDE" di VIRGINIA WOOLF


Sono tentato di considerare Le onde di Virginia Woolf un esempio di Minimal Art in campo letterario. Cioè un romanzo che tende alla riduzione e all'elementarietà.
Però qualche dubbio lo conservo ancora. Nel minimalismo c'è troppa enfasi sulla struttura, nel senso che la riduzione all'osso esalta la struttura.  E comunque il minimalismo è freddo, quasi concettuale: due aspetti che non mi sembrano riguardare The Waves.

(Donald Judd)

Ma perché quest'ansia di stabilire un parallelo fra l'arte del secondo Novecento e il romanzo della Woolf?
Come si diceva già in un precedente post (romanzi sperimentali da ribattezzare) la definizione di romanzo sperimentale, attribuita a The Waves, non mi soddisfa per nulla e non potendo in questo momento attingere alla "letteratura" sulla Woolf, soprattutto quella in lingua inglese (chissà se non c'è da qualche parte una definizione migliore...), mi tocca arrangiarmi, utilizzando le impressioni di lettura che ho buttato giù su un taccuino nero nel corso della terza rilettura del romanzo (chissà perché i taccuini sono sempre neri).




La prima lettura l'ho fatta un anno fa a volo d'uccello, capendoci poco; la seconda l'ho fatta tre mesi fa con la biro in pugno per  circolettare tutti i  Susan disse... Jinny disse... Rhoda disse.... Louis disse... Neville disse... Bernard disse, nella speranza di afferrare il romanzo per la coda. La terza l'ho fatta da poco, prendendo appunti a ruota libera su un taccuino nero (per l'appunto).

Dunque. Nel minimalismo figurativo c'è troppa enfasi sulla struttura. Le forme messe a punto dai minimalisti sono di per sé ottuse, ma si impongono per la loro ingombrante geometricità.  The Waves col suo modo di eludere elegantemente la trama, o meglio di ridurla ai minimi termini, di schematizzarla (la trama di The Waves è ripetitiva come le onde) ha un sapore minimalista, anche perché introduce una certa quota di modularità nell'andamento del romanzo. Ma per tutto il resto è ben lontana dalla ottusa geometricità di un struttura di Sol LeWitt.



The Waves, nel suo decorso ripetitivo (qualcosa di ottuso comunque c'è in quei continui e reiterati Susan disse... Jinny disse...) è infatti piena di colore. Circa il ritmo, che è l'elemento sottolineato dalla stessa Woolf (scrivo non a trama, ma a ritmo) il ritmo  a me sembra relegato un po' sullo sfondo. Anzi: il ritmo è tutto concentrato nel rumore che fa lo sfondo. Cioè è tutto concentrato nel respiro quieto del tempo: il tempo di una giornata nel caso dei preludi e il tempo di una intera vita nel caso dei soliloqui dei sei personaggi.



Il colore invece è la materia di cui sono fatti i singoli pensieri, le emozioni, le paure, le fantasie dei sei personaggi di cui Virginia Woolf raccoglie e riporta i loro "disse".


E allora, vada per l'astrazione orfica di Delaunay.

dicembre 04, 2014

QUANDO CRITICA E PUBBLICO NON VANNO D'ACCORDO



Nel post precedente (Che cosa determina gli alti e bassi in letteratura) abbiamo sentito un esponente della vecchia guardia, il critico Romano Luperini, parlare in modo fortemente polemico dei meccanismi che decidono la fortuna di un autore. 
Si trattava nello specifico di Paolo Volponi, uno scrittore che ha raggiunto l'acme negli anni '80 e che successivamente ha sofferto di una sorta di immeritata eclisse, che si è prolungata fino ad oggi. 
Anni critici per l'Italia - gli anni '80 - e anni critici in particolare per la sinistra. Culminati, come si sa, con la dissoluzione del Partito Comunista. 


Ciò che è illuminante nella ricostruzione di Luperini è il fatto di chiamare in causa fattori di portata generale per spiegare il successo o l'insuccesso di un autore come Volponi.

Luperini, come molti sapranno già, è il capofila di quella pattuglia di "vecchi" critici che hanno denunciato con amare parole la decadenza della cultura letteraria italiana, innescando, nel 2004, un feroce dibattito fra i fautori di una diagnosi apocalittica (Luperini, Berardinelli, Ferroni...) e i difensori del presente (Benedetti, Scarpa, Moresco...).
Possiamo perciò pensare che la sua valutazione del fenomeno Volponi sia viziata dal suo pessimismo di fondo.
Fermo restando tutto ciò (che bella espressione vintage questo fermo restando), di valido nel discorso di Luperini c'è il richiamo a quello che potremmo chiamare - alla vecchia maniera- lo spirito dei tempi.

Insomma: se un autore come Volponi viene oggi ignorato, dopo essere stato a suo tempo osannato, la ragione non va cercata in una banale congiura dei critici o degli editori, ma va cercata in una sorta di disallineamento  fra l'autore e i tempi nuovi . Disallineamento contro il quale ben poco possono fare  i critici, anche i più attrezzati e meglio intenzionati.

Tutte queste considerazioni, che ovviamente qui sono state enormemente semplificate, ci riportano spontaneamente indietro nel tempo di parecchi decenni e per la precisione al culmine di quello che è stato chiamato il "decennio aureo". Il 1962-1972. Cioè al periodo in cui la critica letteraria italiana, prima di essere marginalizzata, ha avuto il suo ultimo momento di gloria (si veda per questo Emanuele ZinatoLe idee e le forme, Carocci 2010) .


Orbene, segno dei tempi, alla fine di quel decennio avviene il primo divorzio fra critica letteraria e pubblico dei lettori, nonché fra critica letteraria e case editrici.

Correva il 1974 e la casa editrice Einaudi pubblicava la Storia di Elsa Morante. Dopo l'ubriacatura neo-avanguardistica degli anni '60 e dopo la precettazione politica, a scapito della cultura, esercitata sugli intellettuali dal '68, il nuovo clima era refrattario nei confronti di una letteratura impegnata e/o sperimentale e anche in Italia si andava imponendo prepotentemente una editoria di consumo, forgiata sul modello imposto dalla televisione, che in quegli anni iniziava la sua grande avventura commerciale.
La Morante in questo contesto si adegua e tenta un'operazione disperata: portare contenuti impegnati al grosso pubblico facendo leva sulla semplicità.

Il battage pubblicitario impostato dall'Einaudi enfatizza questo aspetto della leggibilità, presentando la Storia come una sorta di romanzo popolare. Una significativa pattuglia di critici di tutti gli orientamenti insorge e accusa la Morante di aver fatto un'operazione reazionaria.
Ma il pubblico segue la parola d'ordine lanciata dalla casa editrice e in poche settimane della Storia si vendono 600.000 copie.


dicembre 03, 2014

CHE COSA DETERMINA GLI ALTI E BASSI IN LETTERATURA?

Non c'è niente da fare... mi sto innamorando di queste scrittrici siciliane del primo dopoguerra. Dopo Laura Di Falco (cfr. il post  "Lei però non è sparita"), che aspetto con ansia di leggere, ecco che salta fuori LIVIA DE STEFANI.


Palermitana, nata nel 1913, morta nel 1991. Una bellissima donna, di classe, che come Laura Di Falco lasciò giovane la Sicilia per Roma, dove raggiunse il successo letterario al principio degli anni '50 con il suo romanzo più noto: La vigna di uve nere, Mondadori 1953 e poi Rizzoli 1968.

La vicenda narrata ha come sfondo la Sicilia del ventesimo secolo che però sin da subito si configura come un' isola senza tempo, fossilizzata. Casimiro Badalamenti, proprietario di un vigneto di uve nere, si trasferisce per motivi legati a loschi affari da Giardinello a Cinisi. Si tratta di un viaggio di appena venti chilometri, ma essendo Giardinello «paese di montagna, e Cinisi paese di mare, è come se fossero la terra e la luna». A Cinisi il protagonista del romanzo trova Concetta, femmina malfamata, una sorta di lupa verghiana, che ne risveglia le passioni e che diventa la sua donna. Dalla loro unione nasceranno due figli, Nicola e Rosaria, che vengono allevati lontano da casa, ignari l' uno dell' esistenza dell' altra. Si ritrovano già adulti, e tra loro nascerà una passione che li condurrà dritti all' incesto. Il padre, per evitare lo scandalo, costringerà Rosalia al suicidio mettendo in salvo Nicola il quale, in quanto maschio, potrà garantite la continuazione del nome della famiglia (tratto da Salvatore Ferlita, De Stefani scrittrici di una Sicilia morbosa, 2007).



Al consenso ottenuto allora, con premi e traduzioni multiple (Germania, Francia, Argentina, Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra e Stati Uniti) fa da pendant il silenzio che la circonda oggi. Livia De Stefani non ha neppure una voce su Wikipedia e la Treccani le dedica 5 righe nella sua enciclopedia on line.

Diciamocela schietta. O i suoi estimatori di allora (Alberto Savinio, Michele Prisco...) hanno preso un abbaglio o c'è qualcosa che funziona in modo criptico nel meccanismo che regola la "fortuna" di uno scrittore.

I maggiori critici italiani negli ultimi 10 anni si sono spesso lamentati d'aver perso carisma e autorevolezza. Il successo editoriale non dipende più dal loro  beneplacito. Sarà anche vero. Ma prima? Con che criterio prima si dispensavano i voti: ottimo, discreto, sufficiente, insufficiente?
Perché alcuni autori hanno un posto al sole al Famedio che nessuno gli insidierà mai (a meno che le orde dello stato islamico non sbarchino in Italia) e altri invece debbono addirittura sloggiare dal loculo in cui sono stati confinati?


(famedio di Alfredo Lensi)


Faccio un esempio che casca a fagiolo, anche se non riguarda una bella scrittrice siciliana ma un ombroso scrittore marchigiano: Paolo Volponi. E chiamerò alla sbarra dei testimoni Romano Luperini, il critico letterario che mi stimola in assoluto di più.
Bene, Luperini in una intervista rilasciata nel 2004 (ora in La fine del postmoderno, Guida 2008), parla della scomparsa (ahimé) degli scrittori intellettuali, cioè di quegli scrittori, come Fortini, Pasolini, Calvino, Sanguineti ... che avevano non solo un carisma intellettuale, ma anche un'incidenza etico politica. Fra tutti Luperini sembra aver un debole per Volponi, impegnato in un "corpo a corpo con la realtà" che lo collocava su un piano meno artefatto di quello in cui, per esempio, operava il più intellettualistico Sanguineti.

Malgrado i due premi Strega (1965 e 1991) sulla testa di Volponi, a parere di Luperini,  sembra essersi depositato il malocchio. Il canone ufficiale che consacra i grandi autori, mentre è stato generoso con Calvino non è stato infatti altrettanto generoso con Volponi. Dopo una lunga parentesi, in cui su questo autore negli anni '90 è calato il silenzio, oggi pare che lo si voglia riscoprire, come attesterebbe la nuova edizione delle sue opere intrapresa da Einaudi nel 2002-2003. Ma Luperini è scettico. A suo parere Volponi è un autore difficile, aggressivo, problematico che, a differenza di Calvino, "non cerca la collaborazione del lettore". Pertanto parlare di un ritorno a Volponi, secondo Luperini, è francamente un azzardo.

"Volponi è incompatibile con il cinismo e il narcisismo che prevalgono dentro l'orizzonte attuale della letteratura italiana. E' giusto dunque che quasi nessuno oggi lo ricordi più. Nel declino di civiltà che stiamo attraversando, sarebbe fuori posto. Eppure, proprio per questo, avremmo più bisogno di lui. E, più dolorosamente, ci manca".  

Fra Volponi e Livia De Stefani - va da sé - non corre nessun rapporto. Se non una certa vocazione all'oblio. 

Vocazione all'oblio che nel caso di Volponi è giustificata, come spiega Luperini, dal tramonto di una certa Italia, quella dell'impegno civile e politico. Mentre nel caso della De Stefani tutto farebbe pensare che si tratti di un oblio per consunzione. Nessun critico, in altri termini, l'ha più spalleggiata e nessun editore l'ha più riproposta.

Perché?
  

“Ho un piccolo vanto: essere stata la prima in Italia a parlare del potere mafioso come di qualcosa che comporta un carattere particolare dell’uomo: violento, chiuso, autoritario e protettivo, con il culto del proprio potere e della sottomissione degli altri”. 


dicembre 02, 2014

LEI PERO' NON E' SPARITA


In un precedente post (Che fine hanno fatto questi romanzieri) accennavo con un certo rammarico al declino di tanti scrittori italiani attivi a partire dagli anni '50, oscurati dalla fama di autori come Pavese, Vittorini, Moravia, Pasolini, Calvino... che il canone ha consacrato come "maggiori".
Tali scrittori, se non sono proprio scomparsi nell'oblio più totale, ad andar bene  sono diventati degli autori minori, di cui ancora si parla qualche rara volta.




Un criterio per stabilire se sono dei minori o sono dei desparecidos è la presenza di una voce dedicata a loro su Wikipedia, la ben nota (e per fortuna che c'è!) enciclopedia del web.
Il Dizionario biografico degli italiani sarebbe il posto giusto. Peccato che l'opera sia ancora lontana da una conclusione (si stima che manchino 10 anni per arrivare alla Z). Quindi se ne può fare un affidamento solo parziale.

Qualcuno di questi autori divenuti minori qualche volta incoccia tuttavia in un destino meno avverso, come è capitato  a Laura Di Falco, pseudonimo di Laura Anna Lucia Carpinteri, siciliana di Siracusa (1910-2002) e sorella di un'altra scrittrice, Teresa Carpinteri.  

(foto di Carell Ghitta)

Di recente la scrittrice, che in vita ha ottenuto parecchi riconoscimenti (è stata per esempio finalista del premio Strega nel 1976),  ha avuto la buona sorta di essere riscoperta.
In primis da Salvatore Granata, che due anni prima della morte dell'autrice, per i tipi della Lussografica di Caltanisetta ha pubblicato un suo romanzo inedito (Figli e fiori) e una raccolta di racconti.
Successivamente da una giovane imprenditrice siracusana, Fausta Di Falco, che di recente ha fondato la casa editrice VerbaVolant e che nel 2012 ha cominciato a ripubblicare i romanzi più conosciuti dell'autrice.

Una donna disponibile (1959 e VerbaVolant 2014)
Le tre mogli (1967 e VerbaVolant 2012)
L'inferriata (1976 e VerbaVolant 2012

Di Laura Di Falco se ne è occupata anche una prolifica studiosa della letteratura al femminile, Donatella La Monaca, ricercatrice presso l'Università di Palermo e autrice di Scrittrice siciliane del Novecento (Flaccovio 2008), nonché di numerosi altri saggi.




« Montale è stato il mio primo recensore e mi ha sempre mantenuto, fino ad ora, il privilegio della sua amicizia. Palazzeschi per sua bontà diceva che ero una delle sue più serie scrittrici italiane. Di Commisso ho cento trenta lettere che penso un giorno di pubblicare. Ma il rapporto più caro di amicizia e simpatia è stato con Vitialiano Brancati e con il compianto Ercole Patti. Ho cercato di avere rapporti epistolari con Sciascia ma lui non mi ha mai risposto. »


Io personalmente non ho letto nulla di questa scrittrice, anche se mi riprometto di acquistare almeno i romanzi pubblicati da VerbaVolant. Non sono perciò in grado di esprimere una mia valutazione sull'autrice (mi aspetto peraltro di leggere romanzi con un impianto schiettamente naturalistico, ma ricchi di  attenzione per la psicologia femminile). Né sono in grado di valutare il senso di questa riscoperta.  Per ciò mi limito per ora a segnalare il caso, che di per sé riveste un certo interesse.


novembre 30, 2014

CHE FINE HANNO FATTO TUTTI QUESTI ROMANZIERI?




Si dice che il tempo sia galantuomo. Ma a me non sembra che le cose stiano proprio così.  

Focalizziamo l'attenzione sull'Italia dei primi anni '60.
In questi anni matura uno dei primi clamorosi casi editoriali del dopoguerra: il Gattopardo (Feltrinelli 1962), seguito da Lessico familiare di Natalia Ginzburg (Einaudi 1963).
Altri bestseller  segneranno la cronaca degli anni a seguire: Porci con le ali di Mario Lombardo Radice e Lidia Ravera, Savelli 1976, Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli, Mondadori 1975, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta,  Cedam 1977.

Ma accanto a questi esempi eclatanti di successi del momento, che in alcuni casi sono riusciti a proiettarsi anche nel futuro (è il caso sicuramente del Gattopardo), quanti altri scrittori attivi negli anni '50 e '60 (a parte i soliti Vittorini, Pasolini etc.) hanno goduto di buone tirature e non sono caduti prima o poi nel dimenticatoio più nero?




Via, vorrai mica metterti a fare la conta dei morti?
In un certo qual senso, sì. Intendo fare la conta dei morti.
Ma non la voglio fare per un decadente gusto del macabro o per rendere omaggio ai trapassati. Lo voglio fare per chiarire  il modo per niente semplice e lineare in cui opera la cosiddetta "fortuna" (operazione utile in tempi di semplificazione estrema e di perdita della memoria storica come quelli attuali). 

Una cosa che è normale per noi - oggi - non lo è sempre stata. E noi, di questa ovvietà, non ce ne rendiamo mai abbastanza conto. 

Scendendo su un piano più concreto. Credete forse che le graduatorie letterarie che vigono oggi siano le graduatorie letterarie che vigevano negli anni'50?  E credete che negli anni '80, più vicini a noi, si avessero le stesse graduatoria di oggi? 
Un esempio servirà a chiarire meglio il concetto. Di recente Romano Luperini, commemorando il Gruppo 63, ha ricordato una cosa che può apparire strabiliante. All'inizio degli anni '60  all'Università di Pisa, tranne uno, nessuno dei docenti aveva mai letto La coscienza di Zeno di Italo Svevo.
Ebbene sì. Stiamo parlando di uno dei protagonisti (insieme a Pirandello e Tozzi) del Novecento italiano! Un autore che oggi, grazie agli sforzi dei pionieri della critica sveviana, come Giacomo Debenedetti (1901-1967), è definitivamente incoronato fra i padri della patria. E che, di conseguenza ha un posto di rilievo nel canone ufficiale, scolastico e accademico.

Ma torniamo ai nostri desparecidos.


Oggi noi siamo tutti convinti che l'Italia letteraria degli anni '50 si riassuma nei nomi di Pavese, Vittorini, Pasolini, Moravia (Calvino raggiungerà la maturità artistica più tardi).
Vero, se visto con la coscienza di oggi che ormai ha smaltito gli entusiasmi e il biasimo dei contemporanei e ha costruito attorno a questi autori un complesso edificio di consensi, fatto di studi critici, edizioni e riedizioni editoriali, recensioni e convegni. Ma se ci retrodatiamo di trentacinque anni e scorriamo per esempio le pagine della LIL, ovvero della Letteratura Italiana Laterza curata da Carlo Muscetta  (l'ultimo volume fu pubblicato nel 1980), scopriamo che il panorama letterario degli anni '50/60, in cui imperava il neorealismo e che avrebbe di lì a poco subito l'attacco della neoavanguardia, era tutto un pullulare di scrittori che negli anni '80 erano meritevoli non di una semplice citazione, ma di una vera dissertazione, mentre oggi non vengono più letti e sono confluiti in quel cimitero degli elefanti (detto senza offesa) che è il Mare magnum dell'usato.

Attenzione: non stiamo parlando di scrittori di cassetta (un termine che su Google non si trova neanche). Stiamo parlando di intellettuali socialmente impegnati, come, per citarne due soltanto, il napoletano Carlo Montella, autore de I parenti del sud (1953) pubblicato nei Gettoni di Vittorini. O come Michele Prisco (di Torre Annunziata), premio Strega 1949 con La provincia addormentata.

Il secondo ha una voce su Wikipedia. Il primo non ce l'ha neanche.

P.S. Mentre sviluppavo queste considerazioni mi è venuto in mente che l'arte figurativa gode di una considerazione infinitamente superiore. I cosiddetti MINORI non vengono quasi mai abbandonati al loro destino. L'Italia è ricca di una schiera di mecenati che in ogni città ha edificato un museo dedicato ai pittori e agli scultori della zona (musei che spesso, ahimè, sono vuoti). Nel campo letterario non esiste nulla di paragonabile e se uno scrittore, dopo dieci o vent'anni, per vicende sempre piuttosto complesse, ha la sfiga di tramontare... FINE ....possiamo considerarlo morto e sepolto e solo qualche flaneur andrà a fiutare i suoi resti.  
 

novembre 28, 2014

ROMANZI "SPERIMENTALI" da RIBATTEZZARE


In un altro post polemizzavo con la tendenza a definire sperimentali  tutti quei romanzi che non rientrano nel cliché del romanzo lineare ad intreccio (la definizione, un tanto al chilo, è mia). Tendenza che induce un atteggiamento di pigrizia e scoraggia dall'escogitare categorie d'analisi più sofisticate.
Nel post citavo, come occasione perduta, The Waves, 1931.  
Ora questo romanzo "sperimentale" di Virginia Woolf vorrei analizzarlo insieme a voi, nel tentativo magari di rimediare un cincino al torto fatto.
Dato però che il blog si proclama assertore dell'italiano, alle Onde di Virginia Woolf affiancherò l'Horcynus Orca del siciliano  Stefano D'Arrigo (1975).
Non che ci sia un rapporto qualsiasi fra i due romanzi. Si dà il caso, semplicemente, che anche l'Horcynus (come tanti altri romanzi estremi) meriterebbe che si facesse lo sforzo di coniare per lui una definizione un po' più sostanziosa.


Dunque, per cominciare, Le Onde.
Premettiamo che una sola lettura di questo romanzo non basta. E già questo manderà in bestia i lettori edonisti.
La prima lettura di Le Onde disorienta.
Ok. Hai appena bypassato il primo Interludio lirico  che è di una bellezza sconvolgente e che meriterebbe di essere accompagnato dalla colonna sonora di Odissea nello spazio.  Ti stai chiedendo cosa ci stia a fare questa sorta di poesia in prosa sul sole che sorge sulle onde del mare.  Poi ti accorgi che il testo è in corsivo e questo ti tranquillizza.  Sarà un flashback...




Varcato il preambolo, inizia la teoria dei "disse". Solo che all'inizio la teoria dei "disse" è incalzante come una filastrocca psichedelica:

Disse Bernard... due righe dopo disse Susan... due righe dopo disse Rhoda e così via per una quindicina di pagine. Fino a che i 6 bambini non vanno a letto, al culmine di una intensa giornata di giochi, abboccamenti, inseguimenti, giravolte, emozioni.

Finito questo primo Soliloquio a più voci, che potremmo intitolare il bacio, perchè tutto ruota intorno al bacio che Jinny (la seduttiva) dà a Louis (il complessato), attacca un altro Interludio lirico, che anch'esso parla del sole e del suo maestoso levarsi sulle onde del mare. E, a seguire, attacca un altro Soliloquio a più voci, che questa volta ruota intorno ai 6 ex bambini, ora ragazzetti, tre maschi e tre femmine, che lasciano la famiglia per andare al college.

Giunto a questo punto, il lettore edonista si è ormai arreso, preso dallo sconforto e in preda alla netta sensazione  che  questo romanzo non abbia né un capo né una coda (confermo. anch'io l'ho pensato la prima volta).

E questo non tanto perché si fa un po' fatica a seguire la storia, che è tutta e solo una sequenza di "disse". Ma soprattutto perché i sei personaggi (più il settimo, Percival, che però non agisce, ovverosia non ha soliloqui) ti sfuggono dalle dita come acqua fresca.  Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny, Louis sono onnipresenti e ti accompagnano pagina dopo pagina, colti nelle diverse fasi della loro esistenza, dall'infanzia alla tarda maturità. Ma sono così cangianti (all'apparenza), così saturi di emozioni, pensieri, idiosincrasie, paure, fantasie che un lettore non pratico impazzisce, nel tentativo di afferrare l'orlo di una sottana o il lembo di una giacchetta: "fermati, fammi capire che testa hai, che personaggio sei...".

Questa ossessione del personaggio non so se l'ha suggerita abilmente Virginia Woolf con la sua ben nota tecnica della rappresentazione della coscienza pluripersonale, già sperimentata in altri romanzi, come To the Lighthouse (Gita al faro) o se è un retaggio di una abitudine contratta frequentando un certo tipo di romanzo, dove tutto viene spiattellato d'emblée fin da principio. E dove c'è una trama esplicita, una ambiente dettagliato, un tempo da cui non si scappa e non si può scappare.
Fatto sta che questa ossessione del personaggio ti perseguita per tutto il corso della prima lettura, anche se Virginia Woolf un po' ti aiuta, attribuendo a ciascun personaggio immagini e ossessioni tipiche, che a poco a poco ti consentono di individuarlo. "Ah, ecco, questo è Bernard che ha la fissa di raccontare storie e che tutti stanno a sentire... e questo è Louis che ha il naso grosso e l'accento coloniale e che si sente inferiore agli altri perché non è inglese....".

E poi... e poi c'è lo scorrere del tempo, che nei preludi si risolve nello scorrere di una giornata (attenzione, una giornata in cui le persone quasi non ci sono, mentre ci sono gli uccelli, gli insetti, la luce, il vento, le onde) e invece nei soliloqui si risolve nello scorrere di una intera vita, fino all'assolo finale di Bernard, il cantastorie, ormai vecchio, ormai canuto, ormai stufo:

"Come sono stanco di storie, come sono stanco di frasi che escono così bene, con tanto di piedi per terra! e come non mi fido di quei bei progetti di vita, così precisi, tracciati su un foglio di carta da lettere. Comincio a desiderare un linguaggio a parte, come quello degli innamorati, parole smozzicate, inarticolate, simili allo scalpiccio dei piedi sul selciato...".
 
(De Chirico, copia)


Qui non siamo già più nella narrazione di piccoli fatti quotidiani concentrata in poche ore come nei precedenti romanzi di Virginia Woolf (Gita al faro,1927; La signora Dalloway, 1925). Qui  si assiste al contrario allo svolgimento completo di più vite umane. 
Ma coerentemente con la tecnica collaudata da Virginia Woolf, la narrazione  procede quasi esclusivamente per guizzi di coscienza. I quali, se non sovvertono, certamente mettono in ombra l'ordine cronologico e la compiutezza esteriore del romanzo tradizionale.

Come si fa, dio buono (finzionionimagazine) a dire che la letteratura è noiosa?
La letteratura è faticosa, sicuramente. E queste Onde lo confermano in pieno. Ma noiosa... no. Quando è grande letteratura, noiosa non lo è.

Nota: come è risaputo un intervento illuminante su Virginia Woolf  che merita ancora di essere letto è quello di Erich Auerbach in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1946)pubblicato da Einaudi nel  lontano 1956 e ripubblicato nella Piccola Biblioteca Einaudi nel 2000. Ecco la presentazione un po' stantia che ne fa l'editore.


Mimesis è un'indagine condotta sul realismo letterario, dagli antichi tempi biblici e omerici sino al Medioevo cristiano, al Rinascimento, al Sei e Settecento e che si estende quindi, attraverso il nodo centrale del realismo moderno ottocentesco, fino agli scrittori del Novecento, in particolare Marcel Proust e Virginia Woolf. L'autore ha inteso accertare la presenza e la validità della teoria classica dei livelli di stile nella rappresentazione letteraria, pervenendo a una storia del realismo per mezzo di una metodologia stilistica. È nato cosí un capolavoro della critica letteraria in cui si può cogliere all'opera l'acutezza di uno studioso che si rivela anche scrittore impegnato sugli autori piú famosi e sulle opere principali della civiltà europea. 

P.S. non abbiamo fatto in tempo ad affrontare il caso di Stefano D'Arrigo e neanche ad abbozzare una qualche definizione del romanzo di Virginia Woolf. Sarà per la prossima volta!

novembre 26, 2014

NON VE L'HO DETTO CHE HO LA PUZZA SOTTO IL NASO?







Mi è capitato per caso di intercettare un altro blog letterario. Assai più scafato, collaudato, vissuto del mio.
Intanto il "loro" è un sito originale, mentre questo è un sito prefabbricato da Google (Blogspot) personalizzato in maniera minima da me.
E poi: "loro" sono probabilmente più di uno, mentre io qui mando avanti la baracca da solo, aiutato soltanto dal mio alter ego (Rolando Solidago). Il che significa in pratica che UNO siamo e UNO restiamo.
Gli faccio i complimenti, ai ragazzi di questo blog letterario (corsivizzo perché non sono poi tanto certo che sia letterario veramente).
Ma dissento su tutta la linea.

Che faranno di male, dio buono, questi poveri ragazzi?
Vi invito a prender contatto diretto con loro, anche se così facendo rischio di perdervi tutti. Tanto può essere suadente la sirena della pseudo-democrazia (o democrazia della rete o democrazia alla Beppe Grillo o come altro vogliamo chiamarla), che oggi è così di moda e che, presso i rampanti, ha sostituito la magica CLASSE risolvi-tutto che negli anni della mia giovinezza riempiva tutte le bocche, tutti gli scritti, tutte le conferenze.



Ecco, l'ho fatto! mi sono tagliato le palle da solo. Vi ho segnalato il concorrente più civettuolo, più sgarzulino, più populista che ci sia in rete. Il blog sirena. Il blog che titilla il narcisismo insito in noi fin dalla prima infanzia. 
Ma perché, dio buono, l'ho fatto?  voglio forse darmi la zappa sui piedi? 

Ma è ovvio! perché io ho una posizione eminentemente elitaria, spocchiosa, dandy. Ho un sacco di puzza sotto il naso e dunque non mi interessa rastrellare a tutti i costi i consensi. Io ho inoltre una visione dello scrivere (e dell'arte in genere) come processo solitario. Dunque, pur non rifiutandole a priori, non sono interessato alle prassi di scrittura collettive.

Loro, invece. Loro... sono democratici, egualitari, di massa. Loro

sono i lettori!



Eccoli qui i peones che si sono ribellati a quei noiosi dei critici e a quei noiosi degli scrittori solipsisti.  E che scimmiottano i noiosi critici e gli ancor più noiosi scrittori, dandosi alla lettura creativa (una bella pubblicità gratuita per gli editori, suggerisce impertinente Rolando).  

A chi si rivolgono? voglio essere impertinente e caustico, a costo di essere ingiusto: a tutti coloro che amano il divertimento, la comica, l'happy hour, l'autoreferenzialità e che odiano lo sforzo, l'applicazione, i severi studi, l'arte che non bamboleggia.
Insomma, a tutti coloro che sono stati nutriti non a letture corroboranti e formative, ma sono stati lanciati a briglia sciolta nel mondo, come orde priapesche,  al grido di: la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca (è qui che, a mio parere, è cominciato, nel 1976, il post-moderno).





Ma vediamolo più da vicino questo benedetto blog.
Il loro slogans, intanto, è tutto un programma: "La letteratura è noiosa" ti dicono così senza mezzi termini.
Una loro iniziativa divertente è il libretto rosa, che loro definiscono "una buona base di partenza per  riportare i lettori e la lettura al centro del mondo editoriale, attraverso il dialogo serrato con gli altri soggetti che lo abitano".


Il loro credo è la lettura sociale, vale a dire una lettura in cui "ognuno aggiunge i propri commenti, le proprie idee, le proprie correzioni".
Il loro programma politico è costruire "un futuro in cui gli scrittori, gli editori, i librai e tutte le altre figure del mondo editoriale dialoghino con i lettori allo scopo di costruire, insieme, delle visioni alternative alla realtà che ci circonda".

Bella utopia, non c'è nulla da dire. Ma è una utopia che sottintende un grosso fraintendimento: "Siamo lettori e narratori ad un tempo. Noi siamo i nostri autori".
Eccole qui le novelle guardie rosse!

Ma con chi se la prendono in particolare questi ragazzi, che a quanto mi risulta nessun Mao ha mai sdoganato, per cui si suppone che si siano autoproclamati guardie rosse (non è forse vero che agitano un libretto rosa?)?

Se la prendono con i critici, che a loro parere sono tremendamente noiosi (ecco perché ho parlato prima di amanti dell'happy hour. Non certo per denigrare, ma per sottolineare la componente anti-professionale che circola in questo blog).

Ma, attenzione! Se se la prendessero solo con i critici, poco male. I critici - e lo sanno perfettamente anche loro - ormai contano come il due di picche. Quindi l' aspro attacco che il blog muove ai noiosi giunge un tantino in ritardo.

Epperò se la prendono anche con l'Autore, che a loro  dire è morto, sepolto, cremato e inumato da un bel dì, ma che qualche anima dispettosa ogni tanto tenta di riesumare.

"Dichiarato morto già diversi decenni fa, il suo cadavere viene puntualmente resuscitato dai Dr. Frankenstein della critica e della comunicazione, che deliberatamente ignorano tutte le prassi di scrittura che hanno demolito l’immagine dell’Autore con la A maiuscola".

Viva la rivoluzione! Quando vedremo cadere le prime teste?

P.S. Naturalmente io non simpatizzo affatto per l'attuale "regime" editoriale. Ma questo tipo di attacco alla "casta" degli scrittori e dei critici (che ormai casta non lo è più da un bel pezzo) oltre ad essere becero non consente di vedere i veri problemi e si traduce in una delirante corsa in avanti verso qualche nuovo paradiso artificiale ideologico.





novembre 25, 2014

QUANDO L'ITALIA SI ABBOFFAVA DI BUONI ROMANZI


Quest'anno la lamentela corrente, si sa, è: nessuno legge più. Naturalmente le cose non stanno proprio così. Si legge meno, questo sì, come ha evidenziato di recente il rapporto Nielsen 2014, che parla di una flessione dal 49% al 43% della percentuale dei lettori in Italia.
Attorno a questi dati le analisi e le denunce si sono sprecate: colpa degli editori, colpa di internet, colpa degli e-book etc. etc.
Avrete capito dal modo sciatto con cui stiamo affrontando la questione che - personalmente - se si legge meno ci importa assai poco. Il problema, a nostro parere, è un altro. E cioè: cosa si legge? Se infatti si continuasse a leggere bellamente come prima, ma si continuasse a leggere schifezze, beh ci sarebbe lo stesso da stare poco allegri.

Detto questo, andiamo a vedere come stavano le cose quando l'Italia era "giovane", ovverosia in quei benedetti anni della ricostruzione (cui sarebbe seguito subito dopo il boom) che oggi molti ricordano con nostalgia e rimpianto.

Deposto il fascismo, gli editori tornano a pubblicare con una certa lena opere straniere.

(Renato Paresce)

Nel 1946 Mondadori edita Addio alle armi di Hemingway, che era uscito nel 1929.
Nel 1947 Einaudi pubblica, sempre di Hemingway, Morte nel pomeriggio (1932) e Verdi colline d'Africa (1935).
Un successo! al punto che nel 1957 Hemingway in Italia è ormai pubblicato tutto.
Nel 1949 Mondadori pubblica il romanzo più ostico di Thomas Mann, il Doctor Faustus, uscito solo due anni prima.
Nel 1952 Mondadori ed Einaudi pubblicano entrambi contemporaneamente una nuova traduzione dei Buddenbrook, scritto nel lontano 1901 e pubblicato in Italia la prima volta nel 1930 (Barion editore).
Nel 1954 Dall'Oglio ripropone, sempre di Mann, Altezza reale (prima edizione italiana 1933) e Einaudi nel 1955 fa conoscere Cane e padrone.
Ma la fame viene mangiando, perché nel 1960 Mondadori osa pubblicare l'Ulisse di Joyce (1922).
A dirla tutta Frassinelli l'aveva preceduta con Dedalus. E la stessa Frassinelli aveva bruciato le tappe facendo conoscere in Italia, già nel 1933, Il processo di Kafka (1925).

Per finire, nel 1950, per iniziativa dell'Einaudi viene tradotta in italiano l'opera più emblematica del '900 (anche se qualcuno suggerisce che appartenga di diritto all'800): La recherche di Proust (1913-1927).

(Massimo Campigli)

Ma più di queste indicazioni bibliografiche, vera manna solo per il bibliofilo, a farci capire cos'eravamo e cosa siamo diventati basta un solo dato: nel 1962 il volume dei libri stampati in Italia, rispetto al 1938, risulta aumentato del 150% e l'editoria di qualità può cominciare a guardare con un certo fiducia al futuro: se tanto ci da tanto, non è escluso che anche in Italia possa prendere piede un mercato di massa del libro, in grado -chissà- di far concorrenza ai fotoromanzi e ai rotocalchi.




Non va sottaciuto, in questo quadro "roseo", che questi sono anni fausti anche per i nostri autori.
Pavese pubblica nel quinquennio i romanzi della maturità:  nel 1947 Il compagno, nel 1948  Prima che il gallo canti, nel 1950 il suo capolavoro, La luna e i falò.




Sempre in quegli anni l'Einaudi esce con I gettoni, una collana economica ideata da Elio Vittorini, che pubblica (dal 1951 al 1958) solo opere di narrativa contemporanea, per lo più di autori italiani. Non tutti sconosciuti, ma la gran parte sì. Un gesto di fiducia nei confronti dei nostri autori e dei nostri lettori  che dovrà attendere gli anni '90 per essere bissato.

·         1. Franco Lucentini, I compagni sconosciuti 
·         2. Lalla Romano, Le metamorfosi 
·         3. Pietro Sissa, La banda di Dohren
·         5. Fortunato Seminara, Il vento nell'oliveto
·         6. Giovanni Pirelli, L'altro elemento
·         7. Mario Tobino, Il deserto della Libia
·         8. Carlo Cassola, Fausto e Anna
·         9. Italo Calvino, Il visconte dimezzato
·         10. Giovanni Arpino, Sei stato felice, Giovanni
·         11. Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba
·         12. Raul Lunardi, Diario di un soldato semplice
·         13. Remo Lugli, Le formiche sotto la fronte
·         14. Antonio Guerra, La storia di Fortunato
·         15. Mario La Cava, Caratteri
·         16. Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve: ricordi della ritirata di Russia 
·         17. Lalla Romano, Maria
·         18. Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli
·         19. Carlo Cassola, I vecchi compagni
·         20. Antonio Terzi, La sedia scomoda
·         21. Carlo Montella, I parenti del Sud
·         22. Renzo Biasion, Sagapò
·         23. Ottiero Ottieri, Memorie dell'incoscienza
·         24. Giampiero Carocci, Il campo degli ufficiali
·         26. Sergio Antonielli, La tigre viziosa
·         27. Italo Calvino, L'entrata in guerra
·         28. Fortunato Seminara, Disgrazia in casa Amato
·         29. Aldo De Jaco, Le domeniche di Napoli
·         30. Beppe Fenoglio, La malora 
·         31. Giuseppe Bonaviri, Il sarto della stradalunga
·         34. Nello Saito, Gli avventurosi siciliani
·         35. Giovanni Testori, Il dio di Roserio
·         36. Raffaello Brignetti, La deriva
·         39. Sergio Civinini, Stagione di mezzo
·         40. Dante Troisi, Diario di un giudice
·         41. Silvio Guarnieri, Utopia e realtà
·         44. Marcello Venturi, Il treno degli Appennini
·         45. Francesco Leonetti, Fumo, fuoco e dispetto
·         46. Angelo Ponsi, La dichiarazione
·         47. Manlio Cancogni, La carriera di Pimlico
·         48. Antonio Guerra, Dopo i leoni
·         50. Rolando Viani, I ragazzi della spiaggia
·         51. Gualtiero Ghizzoni, Il cappellaccio
·         52. Gino Cesaretti, I pipistrelli
·         53. Luigi Davì, Gymkhana-cross
·         54. Ottiero Ottieri, Tempi stretti
·         55. Giovanni Pirelli, L' entusiasta
·         56. Mario La Cava, Le memorie del vecchio maresciallo
·         57. Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia 
·         58. Luciano Della Mea, Il colonnello mi manda a dire