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dicembre 02, 2014

LEI PERO' NON E' SPARITA


In un precedente post (Che fine hanno fatto questi romanzieri) accennavo con un certo rammarico al declino di tanti scrittori italiani attivi a partire dagli anni '50, oscurati dalla fama di autori come Pavese, Vittorini, Moravia, Pasolini, Calvino... che il canone ha consacrato come "maggiori".
Tali scrittori, se non sono proprio scomparsi nell'oblio più totale, ad andar bene  sono diventati degli autori minori, di cui ancora si parla qualche rara volta.




Un criterio per stabilire se sono dei minori o sono dei desparecidos è la presenza di una voce dedicata a loro su Wikipedia, la ben nota (e per fortuna che c'è!) enciclopedia del web.
Il Dizionario biografico degli italiani sarebbe il posto giusto. Peccato che l'opera sia ancora lontana da una conclusione (si stima che manchino 10 anni per arrivare alla Z). Quindi se ne può fare un affidamento solo parziale.

Qualcuno di questi autori divenuti minori qualche volta incoccia tuttavia in un destino meno avverso, come è capitato  a Laura Di Falco, pseudonimo di Laura Anna Lucia Carpinteri, siciliana di Siracusa (1910-2002) e sorella di un'altra scrittrice, Teresa Carpinteri.  

(foto di Carell Ghitta)

Di recente la scrittrice, che in vita ha ottenuto parecchi riconoscimenti (è stata per esempio finalista del premio Strega nel 1976),  ha avuto la buona sorta di essere riscoperta.
In primis da Salvatore Granata, che due anni prima della morte dell'autrice, per i tipi della Lussografica di Caltanisetta ha pubblicato un suo romanzo inedito (Figli e fiori) e una raccolta di racconti.
Successivamente da una giovane imprenditrice siracusana, Fausta Di Falco, che di recente ha fondato la casa editrice VerbaVolant e che nel 2012 ha cominciato a ripubblicare i romanzi più conosciuti dell'autrice.

Una donna disponibile (1959 e VerbaVolant 2014)
Le tre mogli (1967 e VerbaVolant 2012)
L'inferriata (1976 e VerbaVolant 2012

Di Laura Di Falco se ne è occupata anche una prolifica studiosa della letteratura al femminile, Donatella La Monaca, ricercatrice presso l'Università di Palermo e autrice di Scrittrice siciliane del Novecento (Flaccovio 2008), nonché di numerosi altri saggi.




« Montale è stato il mio primo recensore e mi ha sempre mantenuto, fino ad ora, il privilegio della sua amicizia. Palazzeschi per sua bontà diceva che ero una delle sue più serie scrittrici italiane. Di Commisso ho cento trenta lettere che penso un giorno di pubblicare. Ma il rapporto più caro di amicizia e simpatia è stato con Vitialiano Brancati e con il compianto Ercole Patti. Ho cercato di avere rapporti epistolari con Sciascia ma lui non mi ha mai risposto. »


Io personalmente non ho letto nulla di questa scrittrice, anche se mi riprometto di acquistare almeno i romanzi pubblicati da VerbaVolant. Non sono perciò in grado di esprimere una mia valutazione sull'autrice (mi aspetto peraltro di leggere romanzi con un impianto schiettamente naturalistico, ma ricchi di  attenzione per la psicologia femminile). Né sono in grado di valutare il senso di questa riscoperta.  Per ciò mi limito per ora a segnalare il caso, che di per sé riveste un certo interesse.


novembre 10, 2014

SCRITTORI CHE HANNO RACCONTATO UNA CASA

 Pot-Bouille di E. ZOLA
Lucernario di J. SARAMAGO
La vita istruzioni per l'uso di G. PEREC
Cuore di pietra di S.VASSALLI



PARIGI, Rue de Choiseul  location del romanzo Pot-Bouille di E. Zola

Pot - Bouille  in francese significa più o meno: pentola in cui cuoce del cibo ordinario. In italiano il titolo di questo romanzo di ZOLA, che è il decimo del ciclo dei Rougon-Macquart, è stato tradotto Quel che bolle in pentola.  Poi, in modo più appropriato, Dietro la facciata e infine, in chiave un po' kitsch, La solita minestra.


Proprio così: dietro la facciata. E' in questo senso che abbiamo riunito qui questi 4 romanzi, lontanissimi per epoca, ambientazione, stile, intenti, risultati. Che però hanno tutti in comune l'idea di raccontare uno spaccato di vita dall'angolatura di un luogo e nello specifico di un palazzo.

In Pot-Bouille, il primo della serie, viene raccontata quasi con crudeltà la poco edificante vita segreta del rispettabile palazzo parigino di rue de Choiseul, in cui vivono gomito a gomito i diversi personaggi, di estrazione borghese, di cui Zola mette in luce vizi e ipocrisie. 
Siamo nel 1882 e Zola ha appena finito di pubblicare Nana, vita di una cocotte di Parigi, che gli ha dato successo e fama.  Pot-Bouille invece, in cui Zola spara a zero sulla borghesia, solleverà un canaio.


Ma veniamo al più recente SARAMAGO e al suo Lucernario. In questo caso non si tratta di un incidente di percorso in un fortunato ciclo narrativo, come nel caso di Pot-Bouille. Siamo bensì di fronte a un'operetta giovanile finita nel dimenticatoio, che ha procurato al suo autore solo dispiaceri. Lucernario è stato infatti pubblicato post-mortem nel 2011, dopo che l'autore si era espresso per non non dar seguito alla sua pubblicazione: "Obrigado, non se ne fa niente...".

Lisbona, foto di Roberto Tagliani


Ma perché obridado non se ne fa niente? perché quest'operetta lui, Saramago, l'aveva scritta quando era un ventisettenne smandrappato e l'editore a cui l'aveva mandata  non aveva avuto neanche la cortesia di rispondergli. Risultato: dell'operetta non s'era saputo più niente fino al 1999, anno del suo ritrovamento. Troppo cocente, probabilmente, la delusione provata dal giovane Saramago, che allora campava facendo il meccanico. Da qui la decisione di "ripudiarla".
Per fortuna gli eredi hanno deciso diversamente. Il romanzo perduto, come è stato definito, pur con degli evidenti difetti, è infatti un piccolo gioiellino.

Personalmente trovo "datato" il modo che ha Saramago in questo romanzo di riassumere la psicologia dei suoi personaggi: troppo diretto, esplicito, rapido, giornalistico (così come è rapido nella descrizione delle fattezze dei suoi personaggi). Ecco due esempi.
Emilio pensava troppo. Il suo cervello era catturato in mille trappole. Girava intorno ai problemi, vi sprofondava e, alla fine, persino il pensiero era divenuto un problema. 
In cucina, marito e moglie cominciarono il dialogo-monologo di chi è sposato da più di vent’anni. Banalità, parole pronunciate tanto per parlare, un preludio al sonno tranquillo dell’età matura.
E veniamo ora al terzo dei romanzi che raccontano la gente muovendo la candid camera sulle scale, gli androni e gli interni di un palazzo vetusto: La Vie mode d'emploi, del francese di origine polacca Georges PEREC.  

Il romanzo è del 1978. Quando esce è trascorso ormai un decennio da quando Alain Robbe-Grillet, il creatore del Nouveau Roman, ha scritto la sua opera più famosa La gelosia (1957).  Con La vita istruzioni per l'uso siamo però più vicini, come clima narrativo, ai romanzi brevi di  Raymond Quenau, tipo Il diario intimo di Sally Mara (1950) e Zazie nel metrò (1959). D'altronde non a caso Perec dedica la sua opera alla memoria di R. Quenau. 

La casa di Rue Simon-Crubellier n. 11, la via immaginaria dove si svolge la "vicenda" di La vita istruzioni per l'uso, è un maniacale catalogo di cose inanimate e di episodi di vita, che possiede un grande fascino ma non ha risonanze melodrammatiche. A Perec, che aveva la fissa dell'elencazione, sembra più che altro interessare il brulichio di oggetti che si intrecciano con piccole storie: storie a volte misteriose, a volte inquietanti. Tutte storie già avvenute però, cioè cristallizzate dal passato. 

Siamo ben lontani dalla passione di Saramago per i tipi umani e i drammi che a volte sconfinano nel melodramma. Qui  le tranche de vie sono più che altro tessere maniacali di un puzzle.





Ultimo della serie in quanto più vicino a noi l'italiano Sebastiano VASSALLI, che dopo essere stato uno scapestrato scrittore sperimentale del Gruppo 63, alla fine degli anni '80 riapproda alla narrativa classica, prima con La chimera (premio Strega 1990) poi con questo Cuore di pietra del 1996 (Einaudi).

Il romanzo racconta la storia d’Italia dall’Unità a oggi attraverso la storia di una casa vera di Novara, dove Vassalli ha abitato. Come in altri suoi libri, che sono solo apparentemente romanzi storici, attraverso questo angolo visuale l'autore fornisce un significativo ritratto degli italiani. In questo senso Cuore di pietra può essere considerato  il racconto di come eravamo e di come siamo diventati.


Alcune parti del romanzo sono decisamente avvincente, come il racconto dei moti di Milano del’98 repressi da Bava Beccaris. Però l'opera non ha niente di innovativo. Bella prosa, composta, ritmica. Il pretesto che dà origine al romanzo (raccontare la vita di una casa che è passata attraverso la storia) è appunto un pretesto. In realtà la casa non è affatto il protagonista della storia, a differenza del romanzo di Perec. Sembra che Vassalli voglia fare piuttosto della microstoria. A differenza di Saramago non c’è la pienezza dirompente del caso umano, perché mentre il dramma, nel caso di Saramago, graffia, qui tutto si stempera nel flusso della storia che si fa e che passa.


ORA CI SIA CONSENTITO....





Ora ci sia consentita un'autocitazione. Sì perché anche chi scrive, prima che uscisse Lucernario, ha anche lui abbozzato un romanzo ambientato in un palazzo. Poi il romanzo è stato smembrato e del progetto originario è rimasta in piedi solo l'introduzione, che parla per l'appunto della casa che faceva da cornice alla vicenda.

Certe vecchie case hanno i muri che sono impregnati delle emozioni di chi ci è vissuto. Una donna anziana malata ha sbarrato per ore i suoi occhi sulla parete che fronteggiava il suo letto. O ha girato in tondo di continuo il suo sguardo rassegnato sul rosone di gesso del lampadario, la cornice di legno della finestra, la maniglia d’ottone della porta, la tappezzeria a fiori. Una sposina fresca ha chiamato la sua stanza da letto a partecipare alle sue leggere ansie muliebri (emozioni che oggi si presumono tramontate, insieme forse alle sposine). Il figlio della signora anziana malata, durante la guerra, ad ogni licenza ha ritrovato in quella casa la sua antica pace perduta: certe ore trascorse sul balconcino della cucina, d’estate, a fumare, facendo progetti di vita, spiando la dirimpettaia mentre era intenta a fare i mestieri.La storia che ci stiamo accingendo a raccontare si avvale, come sua ribalta, di una casa che nel corso della sua storia secolare ha introiettato a piene mani simili emozioni. Ciò non significa, va da sé, che questo tipo di casa, per via di tale esposizione ai più svariati modi di sentire (sconforto, eccitazione, melanconia, gioia, dolore…),  possa avere un qualche effetto shining sulle persone che ci abitano ora. Tuttavia la storia emozionale che si è accumulata sulle pareti e sui soffitti delle casa, come la polvere, la muffa, lo sporco, è anch’essa una sorta  di patina del tempo, che qualche persona sensibile può anche ‘avvertire’ in modo subliminale.
La casa di cui vogliamo parlare è un palazzo di quattro piani, più mansarda. Una casa d’epoca, che al momento della sua nascita voleva ispirare una robusta rispettabilità e che, pertanto, è stata costruita senza badare a spese. L’ascensore, in bel legno scuro e vetri gialli smerigliati, viaggia al centro della tromba delle scale protetto da una gabbia di ferro a maglie larghe, che rende panoramica la salita e la discesa. È un ascensore lento, silenzioso, dotato di uno strapuntino di cuoio, che veniva usato dalle persone anziane e dai bambini, ai quali quella scatola magica, quando i bambini erano dei sempliciotti, suggeriva le più svariate fantasie. Le scale, con i gradini di bel marmo chiaro, hanno i corrimano in legno scuro. Le pareti dell’atrio sono sobriamente decorate da fregi in tinta pastello ed esibiscono una scritta che è stata apposta dal fondatore e che esprime l’animus di una certa borghesia cittadina, orgogliosa di essersi fatta tutta da sé. L’ingresso è ampio e consente, volendo, l’accesso al cortile interno delle vetture. Ma il cancello rimane per lo più chiuso, perché per tacita intesa nessuno parcheggia la propria vettura nel cortile, quasi non volesse disturbare la quiete di quel luogo appartato, che è un posto speciale nella memoria di quei bambini che lì hanno imparato ad usare la bicicletta, cadendo e ricadendo sui suoi ciotoli rotondi ricoperti di muschio. Ciò che rende veramente particolare questa casa è però l’odore, che chi abita lì da un certo tempo avverte appena varca il portone. È un odore non odore, nel senso che nessuno dei vecchi inquilini è ancora riuscito a stabilire a quale sostanza lo si possa attribuire. Qualcuno ha provato a suggerire: “è la cera che il portinaio passa sui marmi”. Ma l’ipotesi è stata subito scartata, perché decisamente troppo banale. Fatto sta che tale odore nessuno l’ha mai avvertito in altre case simili a questa. E dire che in città ce ne sono veramente tante! Qualcuno ha fatto notare che anche le altre case dello stesso genere e più o meno della stessa epoca hanno un odore inconfondibile. Vero! Però si tratta di un odore scoperto, trasparente, facilmente identificabile. Può essere odore di muri umidi, odore di scale poco arieggiate, odore, per l’appunto, di cera. Niente a che vedere con quel sottile sentore che permea le parti comuni di questa casa e che, secondo un’inquilina anziana del primo piano, ora defunta, neanche le bombe, con tutta la polvere che sollevavano, sono mai riuscite a coprire. È in questa casa  particolare che vivono quasi tutti i personaggi di questa storia. Alcuni (pochi ormai) ci vivono a pieno titolo. Sono cioè, in tutti i sensi, di casa lì e, magari senza rendersene conto, sono cresciuti modulando la loro intimità sulla ‘personalità’ segreta, austera ma ospitale, di  quel palazzo. Per costoro questa casa, con il suo particolarissimo odore, è il palcoscenico di una storia, sia essa quella della famiglia, sia essa la loro storia personale.
Altri inquilini (la maggioranza, ormai) sono invece lì solo tangenzialmente, ovvero sono approdati al palazzo un po’ per caso e ci mangiano, ci dormono, ci lavorano. Il tutto come se niente fosse. Per costoro si tratta solo di un palazzone decoroso, ma datato, tanto è vetusto. Nessun odore particolare giunge da quelle quattro mura ai loro nasi distratti. Nessun ricordo, bello o brutto, li lega a quei marmi, a quei legni, a quegli stucchi. Può essere che di questa nuova leva di inquilini i più transitino senza lasciare traccia di sé. Come può darsi, viceversa, che qualcuno riesca a sintonizzarsi con la grazia antica di questo sito.
 







novembre 07, 2014

IL PIU' SULFUREO DEI NOSTRI AUTORI VIVENTI

De La bella di Lodi di Alberto ARBASINO (versione ridotta Il mondo 1960/61, versione definitiva Einaudi 1972) si cita sempre l'incipit. Anche noi, perciò, ci uniformeremo alla corrente.

Le ragazze di Lodi, grandi, belle, con la loro pelle splendida e un appetito da uomo, quando son dritte possono essere molto più forti di quelle di Milano. Quando son dritte, oltre ai bei denti e ai begli occhi e alla gamba lunga e al capello magnifico, chiaro, hanno tanta terra, almeno un paio di migliaia di pertiche (quindici pertiche fanno un etto); e anche se un anno il foraggio è scarso, un altro anno il prezzo del grano è fissato un po' troppo basso, o il riso non rende, o se arrivano tutte insieme un bel po' di cartelle d'imposte di successione arretrate, male che vada si tratterà di rinunciare a cambiare l'Alfetta per l'estate, o di non prendersi un gattaccio nuovo per il prossimo St. Moritz; ma l'attività delle centinaia di vacche e del caseificio annesso basta comunque a produrre un reddito ancora abbastanza soddisfacente.

Dite la verità...  le ultime righe non vi hanno ricordato un po' i cine-panettoni di Boldi e De Sica? o la commedia all'italiana sui ricchi che vanno a fare le vasche a Cortina?
Naturalmente si tratta di uno scherzo della mente, la quale a volte si mette a produrre delle associazioni irriverenti. 
Anche se l'irriverente associazione un senso ce l'ha,  visto che dal racconto-romanzo di Arbasino è stato tratto nel 1963 un film, diretto da Mario Missiroli e interpretato da Stefania Sandrelli, che appartiene al genere della commedia all'italiana.

Tutta la prima parte dell'incipit sembra invece aprirci le segrete porte che menano alle stanze interne di una  dark lady, tanto delicata di lineamenti e aggraziata, quanto forte di indole e di costituzione.


La parte centrale dell'incipit, infine, odora di fittavoli e di crassi panorami della Bassa padana, con le sue vacche e il suo foraggio.

Va da sé che tutto quanto detto fino a qui è solo una divagazione amena.  
Il  suo  obiettivo è quello di spogliare la Bella di Lodi della nomea che a quanto sembra accompagna ancor oggi questo romanzo, il quale è stato dimenticato dal grosso pubblico, ma appassiona ancora alcuni critici.
In primis per colpa dell'autore, che è una specie di enfant terrible della nostra letteratura, dalla smisurata parlerie, come dice Renato Barilli.
Appresso per colpa delle avanguardie degli anni '60, che erano alla disperata ricerca dell'antiromanzo. Per un momento sembrò che con la Bella di Lodi fosse apparso dal nulla il primo vero romanzo sperimentale italiano. 
Anche se in realtà questa definizione si attaglia forse meglio a L'anonimo lombardo, del 1959 e ancor di più al romanzo cult, Fratelli d'Italia, pubblicato da Arbasino nel 1963, proprio nel mentre si andava ufficializzando la neo avanguardia italiana con la nascita del Gruppo 63.

Per rendersi conto dell'alone che circonda  quest'opera e il suo autore, varrebbe la pena di leggere il post pubblicato da Andrea Inglese e intitolato Stereotipo della seduzione e seduzione dello stereotipo in "La bella di Lodi" di Arbasino (in Cahiers d'etudes italiennes).
Si tratta di un saggio relativamente recente ( maggio 2006, messo on-line nel 2008) e dunque non è influenzato dal clima di  febbrile  attesa di una palingenesi letteraria degli anni '60.

Confessiamo che abbiamo fatto un po' fatica a leggerlo tutto.
Una sensazione precisa ha però trafitto la nostra coscienza: non solo ancora una volta (che barba!) si parla di Arbasino come di un autore di idee, ma si tende a vedere in Arbasino un "guastatore" dai connotati molto particolari, quasi inquietanti.

Un romanziere intellettuale che già allora aveva capito tutto, a differenza di Dino Buzzati (Un amore, 1963) e di Luciano Bianciardi (La vita agra, 1962), che in questo articolo vengono messi a confronto con l'Arbasino della Bella di Lodi.
Ovverosia aveva perfettamente capito che in tema d'amore la ribellione al conformismo, tanto affannosamente perseguita in quegli anni di pre-contestazione da certe nostre minoranze colte e impegnate, rischiava banalmente di condurre a una nuova forma di conformismo.

(CHAPMAN)



Trama di La Bella di Lodi

Il romanzo ambientato negli anni sessanta del boom economico narra la storia di Roberta, giovane possidente della borghesia lodigiana invaghitasi di Franco, un meccanico in servizio con l'A.C.I. sull'autostrada del Sole conosciuto casualmente su una spiaggia della Versilia in un pomeriggio d'estate. Mentre lei viene descritta come vulcanica imprenditrice del settore agroalimentare, orfana dei genitori ed allevata dai nonni, amante della bella vita, con studi compiuti a Milano e vacanze all'estero nei luoghi frequentati dal jet set, lui è il classico tipo abbastanza convenzionale del ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans stretti da pifferaio. La loro storia d'amore si trascinerà stancamente - ma ravvivata dalla forte attrazione sessuale - nel vano tentativo di lei di porsi come una sorta di pigmalione nei confronti del rozzo giovane meccanico al fine di farne un moderno manager di successo dell'allora in espansione settore automobilistico.
(Wikipedia)









novembre 06, 2014

ALL'ORIGINE DEI MAGNIFICI ANNI '90


Che per la nostra letteratura gli anni '90 siano stati anni insoliti, per certi versi entusiasmanti,  ce lo ricorda  MAURIZIO PISTELLI nel saggio La giovane narrativa italiana (Donzelli, 2013). Seguiamo la sua ricostruzione.

1980: la quota di mercato del "romanzo nazionale" è del 18%
1983: la quota di mercato del "romanzo nazionale" precipita al 12,7%

Fra gli addetti ai lavori si diffonde uno sterile disfattismo e qualcuno suggerisce addirittura di eliminare dai cataloghi i titoli degli autori italiani (tanto, per quello che contano...!).

Nel giro di pochi anni, tuttavia, la situazione si capovolge e negli anni '90 la scena è caratterizzata da una prorompente Nouvelle Vague italiana (volgarmente poi propagandata con l'etichetta  I cannibali).


(Martial Raysse)

Tuttavia l'inversione di tendenza inizia prima, e cioè proprio negli anni in cui la crisi del made in Italy sembra mordere più a fondo. E inizia quando al principio degli anni '80 si affacciano sulla scena alcuni giovani autori, a cui gli editori più lungimiranti vogliono dare credito malgrado siano degli sconosciuti.

1979 esce Boccalone di Enrico Palandri
1980 esce Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli
1981 esce Treno di panna di Andrea De Carlo

L'elenco non finisce qui (bisognerebbe anche citare Alain Elkann, Claudio Piersanti, Daniele Del Giudice, Aldo Busi, Roberto Pazzi). Ma sono questi tre personaggi la miccia che darà fuoco alle polveri.

Che cosa hanno in comune questi tre autori? 

Palandri  nasce a Venezia nel 1956,  si laurea in drammaturgia al DAMS.
Tondelli nasce a Correggio nel 1955 e frequenta anche lui il DAMS.
De Carlo nasce a Milano nel 1952 e si laurea in storia contemporanea.

L'assonanza più significativa è tuttavia quella di appartenere allo stesso milieu culturale, quello post sessantottino, che ha ormai decantato le posizioni massimaliste del '68 e che , grazie anche a maestri come Umberto Eco, ha ripreso a fare cultura. Un milieu di cui è rappresentante emblematico un altro allievo del DAMS, il personaggio forse più irrequieto di questa generazione: Andrea Pazienza. 
Disegnatore di fumetti, Pazienza è stato l'indiscusso protagonista di tre testate storiche: Cannibale, il Male e Frigidaire. Era nato nel 1956 ed è prematuramente morto, forse per overdose, nel 1988.

Questi sono gli stessi anni che - negli USA - assistono al successo di Bret Easton Ellis, il cantore (con Meno di zero, 1985) della cosiddetta generazione perduta.

Ma i nostri "giovani romanzieri italiani" avevano cominciato a muovere le torbide acque della narrativa nazionale già qualche anno prima che Easton Ellis e l'altro esponente di spicco del cosiddetto minimalismo americano, David Leavitt (Family dancing, 1984) facessero scuola.  





novembre 04, 2014

SVILUPPI NARRATIVI CONVENZIONALI

In un precedente blob, citando Arbasino (Parigi o cara, 1960, intervista a F. Mauriac) scrivevo queste lugubri note a proposito del romanzo.

Tutti scrivevano nella Francia di F. Mauriac. E tutti scrivono, adesso, nell'Italia del 2014 (54 anni dopo l'intervista di Arbasino). Tutti ambiscono a nobilitarsi con un libro, come una volta si nobilitavano le ricchezze bottegaie sposando una fanciulla nobile. 
Difficile pensare che questa che si pubblica oggi sia LETTERATURA. Qualsiasi banco di libreria (lo scaffale è dedicato ai libri seri) propone svariati ROMANZETTI freschi di stampa. Ce n'è per tutti i gusti? No, ce n'è per uno solo, di gusto. Sono tutti brillanti gioiellini scritti in maniera convenzionale e dedicati ai soliti temi convenzionali.


Che dire? 

Anziché lasciarsi andare a simili lugubri considerazioni, sarebbe stato più interessante riepilogare  le varie tappe della annosa diatriba sulla morte del romanzo e della letteratura, che ha coinvolto quasi tutti i nostri critici a più riprese. Chi per la morte del romanzo (i più), chi per il rinnovamento del romanzo (gli altri).
Ma non è impresa di un momento.
Per il momento mi limito perciò ad aggiungere una postilla a quanto detto allora. 


Io diffido della narrativa più recente. A essere preciso mi sono fermato a Volponi (1924-1994), facendo qualche stitica concessione a favore di qualche giovane cannibale (ad esempio G. Culicchia, Tutti giù per terra, Garzanti 1994 e Isabella Santacroce).
Però di recente, per esorcizzare la mia fobia, mi sono imposto di leggere Margaret Mazzantini (premio Strega 2002) e precisamente Nessuno si salva da solo, Mondadori 2011.
Onestamente credevo peggio!
Non si adombri, la Mazzantini! Non è un fatto personale. E' che io preferisco rifugiarmi nel passato, seppur recente, che è già inquadrabile in una prospettiva. Mentre preferisco ignorare, un po' snobbisticamente, i contemporanei, che sono ancora tutti da inquadrare. In primis quelli che vincono premi o incassano cospicue vendite.

La MAZZANTINI non ha smentito di primo acchito le mie viscerali perplessità. Anche lei tratta svenevoli problematiche, del tipo posta del cuore (il solito LUI, che è pressoché uno bambino e la solita LEI, che si è finalmente liberata di LUI, ma che ciononostante accetta di vederLO ancora). Anche lei cade nel patetico, nell'estetica del dolore, nella poetica della sofferenza e del marasma. 

(Pietro Cabrini, tiro a segno, particolare)

Però, debbo riconoscerle un merito: ha messo giù un testo che malgrado l'inconsistenza della trama, scorre, avvince,  si fa leggere Tanto è vero che io ho letto tutto d'un fiato. Stupendomi anche un po', perché la Mazzantini sembra attratta dai temi convenzionali e per giunta non si impegna molto per sfoderare un linguaggio che si discosti dal frasario quotidiano. Il che, data la mia formazione classica, suona un tantino cheap...  

- Dillo. - Cosa? - Dì che non mi ami più. Dillo adesso che siamo in pace... così me lo faccio scendere. Gli sorride con quei denti che si sono ingoiati il paradiso. - Non ti amo più, Gaetano. Annuisce e ride con lei... poi gli occhi si fermano e si gonfiano di tutto, come quelli dei bambini. - Dillo anche tu. - Io non lo posso dire. - Dillo. - Non ti amo più, Delia. - Lo vedi... lo possiamo dire. 

novembre 02, 2014

È TORNATO NOSFERATU


 Il sito di Isabella Santacroce echeggia la filmografia tedesca degli anni Venti. A me ricorda il Nosferatu di Murnau.
Su un fondale nero si apre una zona più chiara, al centro, soffusa di nebbia. Si intravvede una spiaggia, il mare e poi una figura femminile, non identificabile (supponiamo che sia LEI), che avanza lentamente da sinistra verso destra. Colonna sonora da Dies Irae. La "dea" scompare e si ripresenta tale e quale sulla sinistra, facendo un nuovo ingresso.
Nient'altro.
Se Isabella Santacroce non mi piacesse, direi: questo sito è una minchiata. Siccome invece mi piace il suo bel viso di quand'era giovane, dico: "Chissà cos'avrà voluto significare?".



Nel 1999 Cesare Garboli l'ha definita una persona che

"si piglia terribilmente sul serio, non sa raccontare, ma è una prosatrice d’arte di altissima qualità, ipnotica, incantatoria, e sotto tutti gli aspetti stupefacente".

Stranamente, però, Maurizio Pistelli, autore di un recentissimo La giovane narrativa italiana (Donzelli), dedicato a Palandri, Tondelli e a tutti i loro nipotini (ovverosia i giovani scrittori di fine Millennio ribattezzati dal marketing i cannibali), mentre riserva interi capitoli a Brizzi, Culicchia, Ammaniti, Scarpa, Nove etc. la Santacroce la cita solo en passant.
Che le sia antipatica?

Io della Santacroce ho letto solo Destroy e Luminal.
Destroy l'ho letto ancora caldo di stampa, nel 1996. Luminal, che è del 1998, solo di recente.
Può darsi che abbia ragione Garboli. Luminal è dedicato a 32 persone, fra cui Dalidà, Cleopatra, Amelia Rosselli e Virginia Woolf.
Eccentrica o troppo convinta di sè?
Che non sappia raccontare, ne dubito. Il suo stile a me non piace, perché mi sembra un po' troppo artificioso. Però si fa leggere, eccome. E questo mi sembra che basti.

Victoria Station, ore 16.15, il tramp parla in passé simple francese, raffinatissimo nelle quattro camicie sovrapposte. Semibarba, alito alcolico. A centimetri la Jaguar lucente parcheggia nobildonne coperte di animali a pelo raso. L'autista saluta riverente e attende che il taxi apra frettoloso le portiere nere posteriori e accolga premuroso le dame prima di partire."Una volta avevo anch'io una macchina così e ci dormivo dentro quando ero troppo sbronzo per guidare... ". Pori dilatati, rasatura carceraria, stella a cinque punte tatuata in fronte."Posso sedermi vicino a te... sono pulito... senti, non puzzo." Si attilla a millimetri e aspetta che annusi la sua povertà, ma è solo alcol quello che sento, e certo che puoi sederti, fai come se fossi a casa tua, sto aspettando amici e ho freddo come te e forse anch'io avevo una macchina simile tempo fa. (Destroy n. 17)