marzo 20, 2017

Una ANTENATA DIMENTICATA

Ho promesso a un amico di Facebook una "scheda" su una vecchia signora che negli anni '50 mi portava nelle gallerie milanesi a conoscere i pittori. Quando io avevo solo 5 anni!




Non ho messo a caso, qui, il volto della statua della Minerva di Pavia. La statua, opera del Messina, l'ha infatti commissionata e pagata Lei. Dopo di che è rimasta in bolletta!

Se vi capita di passare per Pavia, girate dietro la statua. Troverete una piccola lapide: la statua è un omaggio a Ottorino Rossi, rettore dell'Università di PV negli anni Trenta, neuro-istologo e allievo di Golgi. Anche la Lea Del Bo faceva parte della scuola neuro istologica di Pavia. E a un certo punto era diventata l'assistente di Ottorino Rossi. Dopo di che il Rossi l'aveva sposata in seconde nozze, brigando a Roma per fare un matrimonio regolare, malgrado fosse già sposato. L'uomo aveva conoscenze altolocate...

Quando il Rossi è morto precocemente, per colpa della peste dei radiologi (l'esposizione cioè ai raggi X), la Lea ha lasciato l'università, ha investito tutta l'eredità nella statua commemorativa, si è ridotta in miseria e ha accettato il primo posto libero: psichiatra nel manicomio di Mombello, reparto femminile.

Io l'ho conosciuta a Milano quando faceva la dottoressa dei matti. Era un'amica intima di mia zia, che insegnava lettere al Manzoni. Viveva con la signorina Dedi (una ex suora ed ex insegnante di francese), abitava in via Vasto (fronte l'Arena, vicino a Paolo Sarpi, il quartiere cinese), in un palazzo buio e decoroso della borghesia milanese. Il suo appartamento era pieno di tendaggi pesanti e di mobili scuri con facce di grifi, donne poppute, ornamenti floreali.

La Lea era una comunista. Per la precisione una troskista. E perciò era ostacolata a Mombello dai cattolici e a Milano dai compagni stalinisti del PCI.
Come avesse fatto una troskista a sposare un fascistone come il Rossi, mistero!
Bene. Questo donnone alto, che era stata un'efebica fanciulla (c'era nel suo studio un ritratto di lei da signorina), e portava i capelli bianchi acconciati come quelli della Kuliscioff, questo donnone amava l'arte, si era affezionata a me e mi portava in giro nelle gallerie milanesi, che negli anni '50 erano fervide di operosità artistica. Io bimbo ho conosciuto Dimitri Plescan (qui sotto, uno dei suoi pochi quadri) e forse ho visto nascere anche i Nucleari di Baj e Dangelo, ma non me lo ricordo.


Poi sono stato allievo privato di Leonardo Dudreville, allora settantenne. Ex futurista, poi esponente di Novecento, spesso in polemica con Margherita Sarfatti, si era ritirato durante la guerra sul lago Maggiore e c'era rimasto: a cacciare, pescare, costruire barche, dipingere paesaggi lacustri che vendeva agli industrialotti locali.
Erano tempi che un bambino poteva, senza formalità, essere allievo di uno dei protagonisti dell'arte del '900!

Per chiudere. La Lea era figlia di un medico socialista, di quelli che di notte andavano in giro col calesse, in Brianza e non chiedevano l'onorario ai contadini. 
Aveva studiato medicina quando erano in poche donne a farlo. Probabilmente aveva un pessimo carattere. Ma sicuramente è stata una vittima del pregiudizio: maschilista e politico.
Mi sono sempre augurato che avesse una liaison sentimentale con la signorina Dedi. Ma non è detto. Forse hanno solo messo insieme le due solitudini.


L'IPER-LINGUISMO di JOHN HAWKES

Può un romanzetto di meno di trecento pagine suggerire tanti spunti di riflessione come Arance Rosso Sangue di John Hawkes?

Qualche lettore penserà forse che io sono la reincarnazione dell'autore. E' già il quarto post che dedico a questo romanzo del 1970, riedito da Minimum fax nel 2010 (in precedenza era stato edito da Einaudi, nel 1974, col titolo più appropriato di Arazzo d'amore).

Solo qualche mese fa ho riletto Pastorale americana di P. Roth. Non m'è venuta voglia di scrivere neanche una riga. E se mi proponessi di farlo, come compito a casa, scriverei un post, un solo post, sull'ambiguità (ideologica). Invece con Arance Rosso Sangue basta che legga un brano e mi parte l'embolo della scrittura critica.

Una constatazione, di struttura. In un precedente post minimizzavo il parere di un critico che parlava, per questo romanzo, di una spiazzante sequenza di flashback. Sì, ci sono, è vero, dei frequenti anda e rianda fra passato (prima del suicidio di Hugh) e presente (dopo il suicidio di Hugh). Ma spiazzante sequenza... che esagerazione! La prima metà del romanzo ne conta sette. Non mi sembra uno sproposito.
Piuttosto, la considerazione può essere giocata in un altro modo, più pregnante: questo romanzo è tutto fatto di piccoli episodi, come una costruzione di mattoncini lego. Tessere di un mosaico, abbastanza a se stanti, insomma.

L'ultimo che ho letto ricorda il gusto decadente di certo Luchino Visconti. Ed è il racconto del faticoso varo di una barca, che viene spinta giù per la collina rotolando su dei ceppi, fra marmaglia urlante, vecchi, il prete in tonaca e svariati pastori nerboruti piccoli e neri. Mentre Cyril e Catherine, che sono prossimi a riconciliarsi, grandi e bianchi, osservano la scena come due semidei.

Naturalmente la lingua è sempre esageratamente fiorita. Ma non è il fiorito retorico e melenso del D'annunzio del Piacere.
E' il fiorito, appena appena ironico,  di un certo... iper-linguismo...



marzo 09, 2017

JOHN HAWKES: le scene madri di Arance Rosso Sangue

Ne abbiamo già parlato, di questo romanzo, che credo sia sconosciuto ai più e verso il quale io ho invece una strana coazione a ripetere. Non mi stanco, in altre parole, di rileggerlo. 
Credo che ad attirarmi sia l'atmosfera che circola nelle sue pagine, per definire la quale non riesco tuttavia a trovare l'aggettivo giusto. Crepuscolare? Se  attribuiamo al termine crepuscolare il significato di narrativa delle piccole cose, beh, nel caso di Arance Rosso Sangue (ovverosia di Arazzo d'amore)... ci siamo... e non ci siamo. Ci siamo perché la trama del romanzo è fatta di cose minime: imboscate d'amore, gesti, allusioni, collusioni, manovre seduttive. Non ci siamo perché nell'Arazzo d'amore la quotidianità non ha una parte significativa. Al contrario, scorre via quasi come se non ci fosse o contasse ben poco. Ciò che conta è solo l'idillio.
Si veda un caso emblematico e cioè l'incontro fra la coppia Cyril-Fiona e la coppia Hugh-Catherine. I quattro si conoscono quando la corriera che trasporta la seconda coppia, con le tre figlie e il cane, deraglia in un maleodorante canale. Tutto il paese si affanna per tirarli fuori e finalmente, dopo svari sforzi inutili, la famigliola esce indenne dal tetto della corriera. 
Orbene, tutto questo viene raccontato in chiave sottilmente umoristica e viene raccontato unicamente perché sfocia nella possibilità di una combinazione a quattro.

La cosa curiosa è che in quasi tutta la sua produzione John Hawkes è un autore pulp, affascinato dalla violenza. Il suo primo romanzo, The Cannibal (1949) è una fosca storia ambientata nella Germania incendiata dalla guerra. Seconda pelle (1964) ha come tema dominante l'abiezione. Qui invece, come suggerisce il titolo einaudiano Arazzo d'amore (1974) siamo invece immersi dalla prima riga all'ultima nei dolci sollazzi e nei piccoli patemi dell'amore e se sul quadrilatero amoroso a un certo punto piomba imprevista e funesta la tragedia, l'atmosfera rarefatta del romanzo non muta per colpa di questo incidente di percorso. Cyril, il protagonista, continuerà infatti a tessere i suoi arazzi d'amore. E lo farà questa volta con una giovane "indigena" capitatagli a tiro quasi per caso.
Non è certo, Arance rosso sangue, il Romanzo Americano (grande o piccolo che sia) . Ovverosia non racconta l'America, né pretende di salvarla da se stessa.



Di Americano, anzi, non ha proprio nulla. Non si svolge negli States. I quattro protagonisti non sono i classici perdenti o vincenti del teatrino a stelle e strisce. Vivono non si sa di che. Vivono all'estero ma non si sa dove (in un arretrato paese mediterraneo, questo sì, ma potrebbe essere la Grecia, il Portogallo, il Marocco, l'Italia meridionale...). Hanno tre figlie e un cane, ma questo non gli impedisce di flirtare notte e giorno sotto un pergolato o sulla spiaggia. Sono dediti ai giochi d'amore. Ma il loro erotismo ha la leggerezza di un minuetto. Tranne che per Hugh. Quello che farà volare per aria le carte e rovescerà il tavolo da gioco. 




Ci sono tuttavia in questo romanzo senza grandi sviluppi (a meno di non considerare uno sviluppo il suicidio di Hugh)  alcune scene madri in cui l'atmosfera vaporosa, momentaneamente, si addensa. Sono quasi dei piccoli arazzi nel grande arazzo d'amore. 
Ne cito due, a caso. La prima è la scena che si protrae per 6 pagine in cui Cyril maliziosamente denuda i seni della moglie, attendendosi da Hugh che lui faccia altrettanto. Ma naturalmente Hugh non lo farà e - a scoperchiare i propri seni - sarà costretta a farlo da se stessa la moglie di Hugh, Catherine. L'altra è la scena in cui Cyril e Hugh fotografano, spogliandola a poco a poco, in un crescendo che però non diventa mai erotismo compiuto, una giovane contadinella del posto, che poi diventerà la governante di Cyril.

Chi ha un minimo di dimistichezza con la letteratura amorosa, antica, medievale, moderna farà sicuramente fatica a inquadrare nel genere erotico questo romanzo. Qui non c'è mistica e non c'è carnalità. C'è solo un erotismo fatto di parole e di gesti. Niente Georges Bataille. Niente Anais Nin. Niente Nabokov. Niente Henry Miller. A voler citare qualche romanziere che vagamente gli assomigli, l'unico nome che viene alla mente è quello di Queneau. Con il quale Hawkes ha in comune più che l'erotismo una certa tendenza allo sfottò
C'è da dire che molto dell'effetto divertito di questo romanzo è determinato dal racconto in prima persona. Ed è il racconto di Cyril, non quello di Fiona o di Hugh o di Catherine. Cioè il racconto del personaggio meno problematico, fisicamente più dotato (Hugh, oltre ad aver un braccio solo, soffre di cuore), più compiaciuto e forse più determinato del gruppo. Insomma, il cane alfa della cordata amorosa.
Vi consiglio a questo punto di leggere le recensioni che figurano su AnobiiCe n'è in pratica una sola a favore di Hawkes. Che condivido in pieno. Agli altri, uomini e donne, il romanzo è sembrato barocco, inconcludente, verboso. Il romanzo di un "minore". C'è da dire che tutte queste stroncature non fanno minimamente testo. Ti fanno solo venir voglia di deprecare la tendenza della gente a esprimere opinioni anche in campi dove non è ferrata. O meglio: dimostrano come sia difficile capire un autore e soprattutto un autore raffinato, indifferente al dato di cronaca, come Hawkes. Lettori di questo tipo si fanno condizionare dall'idea che un romanzo sullo scambio di coppia si possa scrivere in una sola maniera. Magari quella, incentrata sulla denuncia dei vizi della middle class, suggerita da Updike (Coppie, 1968). Lettori come questi non sanno cogliere l'opportunità che offre ogni autore valido: aprire spiragli nuovi nella realtà della letteratura.

Una valutazione più attenta nella recensione di Fior di Libri.





marzo 07, 2017

JOHN HAWKES: Arance rosso sangue

Dunque, il romanzo The Blood Oranges (edito nel 1974 in Italia col titolo Arazzo d'amore) è stato scritto nel 1970. Quando John Hawkes aveva già  scritto The Cannibal (1949), il romanzo d'esordio e Second Skin (1964), il suo romanzo forse più importante. L'autore nel 1970 aveva 45 anni. Qualche anno meno del suo protagonista, il biondo, bianco (un toro bianco), atletico Cyril.




Vien subito da pensare che "dietro" questo romanzo ci sia tutta la cultura libertaria di quegli anni e in particolare il saggio "filosofico" Corpo d'amore (1966) di Norman O. Brown. Ma potrebbe esserci anche il Nabokov di Lolita (1955), un autore che Hawkes adorava, stando alla testimonianza del suo allievo Rick Moody.

A ben vedere, però, Cyril e sua moglie Fiona sembrano più due esponenti  del jet set che non due figli dei fiori e lo comprova alla grande il disprezzo che ostentano nei confronti del paese che li ospita (la Grecia? il Portogallo?), dove gli uomini e le donne sono piccoli, bruni, brutti, ignoranti e hanno una lingua che suona gotica. Come la frase  da fumetto che Cyril usa per indicare la parlata indigena: croak peonieLa loro stessa rincorsa dell'amore (Cyril e Fiona sono in buona sostanza due allegri scambisti) non ha nessuna carica liberatoria. E' vissuta e pratica col massimo di pacatezza, nel tentativo, di solito riuscito, di succhiare con le loro avventure  (che solo per convenzione potremmo chiamare libertine) quanto più nettare possibile. In pace e in serenità.

Dove sta dunque, allora, il fascino che promana da questo romanzo?
Beh, non sta certo nella tragedia che si consuma cammin facendo e che sfascia il quartetto d'amore che Cyril aveva sapientemente costruito. Senza voler anticipare nulla della "trama" (per rispettare chi il romanzo non l'avesse ancora letto), possiamo dire con sicurezza che questa tragedia irreversibile, ai fini del racconto, è assolutamente ininfluente.
L'arazzo d'amore viene sì lacerato dagli eventi. Ma la personalità del protagonista non ne è travolta e il suo racconto del "dopo" non differisce minimamente dal suo racconto del "prima".

L'affabulazione domina dunque incontrastata dalla prima all'ultima pagina. E non è, come si dice abitualmente di Hawkes (quasi fosse un difetto), una "affabulazione ad alta densità intellettuale". Anche se è, indiscutibilmente, un'affabulazione virtuosistica.








marzo 05, 2017

ARANDE ROSSO SANGUE ovvero ARAZZO D'AMORE

Lo confesso: io uso il blog per scopi personali. E ho ragione di farlo. Quanti saranno quelli che ci finiscono dentro per caso? Se va bene, uno al giorno. Una miseria. Per cui: ecco trasformato Ci piace l'Italiano in un quaderno di APPUNTI. Con il vantaggio che avendo virtualmente il  blog un pubblico, sono costretto a scrivere in modo comprensibile, partendo da un assunto, senza lasciare nulla al caso. 

Anche Facebook lo uso così. Lì ci sono però persone in carne ed ossa che mi leggono e so anche chi sono. Meglio. Il feedback è assicurato. E produce conoscenze.

Ma veniamo al romanzo di cui in questo momento mi sto occupando: Arance rosso sangue di John Hawkes. 


Preferisco però chiamare questo romanzo del 1970 con il titolo che gli fu dato in Italia nell'edizione einaudiana del 1974: ARAZZO d'AMORE. Questa dicitura compare infatti più e più volte nel corso del romanzo. Mentre le arance rosso sangue, a cui viene paragonata la palla infuocata del sole che si liquefa e che bacia i corpi dei quattro amanti (Cyril, Fiona, Hugh e Catherine), se non vado errando compare una volta soltanto.

La prima constatazione è extra-narrativa: Hawkes, che aveva una bella faccia ridente (anche se un suo allievo, Rick Moody dice di lui che era un omino smilzo e con una specie di sorriso sghembo), da noi è stato pressoché ignorato.




Su 21 scritti pubblicati in America, in Italia ne sono stati tradotti solo due: Seconda pelle (1964) e, per l'appunto Arance rosso sangue.
In compenso i giudizi su di lui sono impressionantemente unanimi. Insomma, parrebbero confezionati al ciclostile. 


La prima cosa che - immancabilmente - si dice di lui è che è uno dei grandi maestri (oppure uno dei padri) del post-moderno americano. Ma non grande come Pynchon, evidentemente, visto che ben pochi sanno chi è.  Librai in testa. A Pynchon ha giovato, evidentemente, la ritrosia quasi patologica. Oppure, chi lo sa, l'amicizia con DeLillo. Ma sono solo le congetture velenose di chi (come me) preferisce di gran lunga il nostro omino smilzo al romanziere funambolico di Arcobaleno della gravità.

Venendo ad Arance rosso sangue, non è vero che non c'è una trama e che non ci sono dei personaggi. Non è vero, insomma, che Hawkes "sospende i tradizionali vincoli della narrativa", come sostiene Wikipedia. Come non è vero che il romanzo sia costruito su una "spiazzante sequenza di flasback" (Umberto Rossi). C'è semplicemente un pacato, seppur insistente, anda e rianda fra il dopo e il prima. E c'è una narrativa che non aspira a raccontarti la realtà, a raccontarti la società, a raccontarti la sofferenza e il male. Insomma, la narrativa c'è, ma è un'altra narrativa. Più difficile da cogliere e da apprezzare.

Quello che seduce e conturba in questa storia fuori dal tempo è esattamente il fatto di essere una storia un po' fuori dal tempo, che sembra quasi svolgersi in una lontana epoca pagana. Ma senza riverberi mitici o mistici o letterari.
Merito o colpa sicuramente del protagonista, Cyril, che è il testimone della vicenda. Uomo grosso, bianco, atletico, raffinato. A suo modo un "grande amatore". E di sua moglie Fiona, che lo asseconda nei continui scambi di coppia, ma tuttavia ha una sua prepotente personalità, alla quale il protagonista nonché voce narrante si arrende sempre.
Ma soprattutto è il linguaggio che conferisce quest'effetto estraniante alla vicenda. Un linguaggio sovra-dimensionato. Un linguaggio invadente. Un linguaggio che è sicuramente il principale oggetto delle attenzioni di Hawks.
Grazie ad esso una storia in fondo banale, di coppia aperta, acquista un fascino lirico, indefinito.

C'è anche un qualcosa di claustrofobico in questa storia, che non è piccante come ci si potrebbe aspettare, visto che è  pur sempre una storia erotica. Claustrofobica perché ti estrania dalla comune realtà. Ma non ti immerge  in un'altra realtà.  Piuttosto ti lascia orfano del rapporto con la realtà. Insomma. Con Arazzo d'amore siamo poco nella veglia. Men che meno siamo nella letteratura erotica. Diciamo che siamo piuttosto nell'aura magica e immaginifica dei ricordi  dei bei tempi andati.




Anche la psicologia dei personaggi, come la trama, è evanescente e produce tante belle colorate bolle di sapone. Anche quando (come nel caso di Hugh, l'anima nera del gruppo)  si vive più di tormenti che di appagamenti.


giugno 12, 2016

MISERIE DEL GIORNALISMO CULTURALE




Leggo su Il piacere della lettura dell'11 giugno un articolo intitolato Il romanzo un'onda anomala. Mi butto a pesce, naturalmente, perché ho intravvisto fra le righe il nome di Giorgio Ficara e avendo io appena scritto un post in questo blog sul suo recentissimo saggio Lettere non italiane sono curioso di sapere cosa ne pensa l'articolista.

Bene, se già prima intuivo che le pagine culturali dei quotidiani sono diventate delle inutili sequenze di righe tipografiche, ora ne ho la conferma.
La tesi di Ficara, così elaborata, così ricca di diversi angoli visuali, che tira, è vero, pugni nello stomaco, ma lo fa con garbo, qui viene ridotta alla banale constatazione che il romanzo è in Italia un genere praticamente estinto.
Tesi su cui peraltro l'articolista non è d'accordo, perché ciò che lui coglie nella realtà italiana è caso mai il fenomeno per cui in Italia, si scrivono e si pubblicano troppi romanzi.
In questo modo l'elegante ricognizione di Ficara, che riprende le fila dell'annoso dibattito fra disfattisti e ottimisti sul tema che fine ha fatto la letteratura in Italia (due nomi per esemplificare, Alfonso Berardinelli e Carla Benedetti), viene pucciata nella candeggina e decolorata all'istante.

Poi l'articolista, passando di palo in frasca, si mette a parlare en passant di Vittorini e di Calvino, cioè del tempo in cui c'era in Italia un'editoria di cultura e conclude il suo dire facendo una gratuita e frettolosa apologia di Giorgio Manganelli. Che contrariamente all'apocalittico Ficara, non si sa perché.... fa ben sperare!


maggio 23, 2016

LA LETTERATURA INTERROTTA







Ringrazio Lorenzo Leone per avermi segnalato questo saggio, finito di stampare nel mese di aprile del corrente anno. L'ho letto tutto d'un fiato, perché Ficara ha scelto di parlare di un argomento scottante, che peraltro ha appassionato negli ultimi anni tutti quei critici (militanti e non militanti), che si occupano di Novecento e di attualità letteraria (Berardinelli in testa): che fine ha fatto la letteratura italiana?
Posso dire, a lettura finita, di essere d'accordo con la tesi dell'autore, che peraltro Ficara ha l'abilità di sfumare con furbizia?
Procediamo per gradi...



Andrea Bajani, su la Repubblica (22 maggio) ha scritto, parlando del declino del libro: il libro rischia di estinguersi perché si è estinto il lettore, che ormai è tutto preso dai suoi troppi dada tecnologici. 
Superficiale, direi. Anch'io, come molti miei conoscenti, perdo tanto tempo dietro i dada tecnologici e i social. Ma non ho smesso per questo di leggere.
Ma cosa c'entra Bajani con Ficara?
C'entra, perché il nostro si pone lo stesso problema da una angolatura diversa. E cioè si chiede: per caso, in Italia, si è estinto il letterato? E, in tal caso, perché mai, in Italia, si è estinto il letterato?
(uso apposta la dicitura letterato, anziché quella più terra terra di scrittore o di romanziere, perché Ficara fa mostra di pensare che l'Italia abbia sempre avuto una tradizione letteraria decisamente alta. Fatta da letterati, per l'appunto, e non semplici scrittori).

Il saggio prende le mosse da una constatazione educata: fra contemporanei e moderni c'è una sostanziale discontinuità. Poteva dire con maggior schiettezza che la letteratura dei nostri giorni è letteratura di nani, se confrontata con quella del secolo breve. Ma Ficara sa benissimo che uno dei rischi che si corrono, quando, come lui, si è nati "prima" (prima del postmoderno, prima di Berlusconi, prima dei bestseller di Eco) è quella di rimpiangere e di mitizzare il passato. E perciò si guarda bene dall'essere tranchant.
Poi mette il piede più coraggiosamente nell'acqua e pronuncia un verdetto all'aceto: la letteratura corrente ha come suoi modelli i b-movies americani (film di serie B) e si è scordata la grande narrativa del '900 italiano (Svevo, Tozzi...).



Ma a quali scrittori pensa Ficara?
Beh, di nomi ne fa pochini e non sono particolarmente significativi: Melissa P., Ravera, Casati Modigliani, Brizzi, Camilleri, Faletti, Moccia, Saviano... 
Mi sono subito chiesto: perché il "povero" Brizzi e non, per esempio, la Santacroce? Io non ci vedo questa gran differenza e comunque siamo su un altro piano rispetto a Melissa P.
Ficara salva Tondelli? Sì, lo salva. Ma non si pronuncia su tanti recenti vincitori dello Strega (tranne Siti). E ignora totalmente il fenomeno dei Cannibali, che pure sono figlioli di Tondelli, come sono allievucci di Umberto Eco.
I Cannibali hanno segnato l'inizio della decadenza della nostra letteratura o sono stati il frutto tardivo delle avanguardie e delle neo avanguardie (Renato Barilli)? E in che angolino del cuore di Ficara si colloca un romanziere impegnato come Sebastiano Vassalli (morto da poco) che non è un Volponi, tanto caro a Luperini, ma è pur sempre un esponente della letteratura alta del '900?





Inutile aspettarsi pronunciamenti più circostanziati. Ficara svicola sui peccatori e preferisce concentrarsi sul peccato.
Peraltro, anche a proposito del peccato, la sua prudenza non gli consente di scavare a fondo.
Sarà che il suo mestiere non è quello del sociologo culturale, ma un Asor Rosa sarebbe stato molto più deciso di lui e forse (dico forse) ci avrebbe offerto qualche chiave di lettura in più. 

La riflessione che sorregge tutto il discorso di Ficara è la seguente. 


Si è creata indiscutibilmente da qualche tempo una discontinuità con la tradizione letteraria italiana (la letteratura interrotta) e questa discontinuità è testimoniata dal romanzo merce oggi in voga, che è caratterizzato da una atroce vuotezza. Alla radice di questo nouveau roman (ovviamente lo diciamo ironicamente) c'è un eccesso di informazione e di comunicazione e questo "plotting non cognitivo" ha preso il posto di quel "quid di verità" che il romanziere tradizionale, pur non rinunciando a divertire, offriva sempre ai suoi lettori.


L'abbiamo già detto, Ficara è sorprendentemente sfumato e morbido (a differenza, per esempio, di un Barilli). Di conseguenza, pur avendo un credo estetico che sorregge questa sua analisi del presente letterario (italiano e non solo), non si dilunga a teorizzare, anche se alla fine la sua tesi (di ascendenza adorniana?) la cogli lo stesso e ti rendi conto che in fondo la sua idea di letteratura è quella di un arte che sia rispecchiamento della vita.
C'era vita, buttiamola lì così, in Pasolini e in Gadda... c'è poca o nulla vita  nei romanzi italiani di oggi, che oltre a denotare una diffusa mancanza di stile, denotano anche una spiccata noncuranza morale. 
Insomma, sono dei falsi confezionati in modo per giunta sciatto e dozzinale (queste non sono parole sue).

Tutto qui? Macchè! Il saggio di Ficara è ricchissimo di spunti, di citazioni, di micro-saggi e forse il suo aspetto più pregevole non è l'analisi, che c'è e non c'è, del presente letterario, ma la paziente e affettuosa evocazione di tanti critici che sul tema si sono cimentati, nonché (anch'essa affettuosa e acuta) la disamina di scrittori di ieri e dell'altro ieri che in qualche modo Ficara considera esemplari.

Due elementi di insoddisfazione accompagnano la lettura di questo raffinato contributo: prima cosa, perché non è andato più a fondo nell'analisi del problema che ha così elegantemente evocato? Seconda cosa: perché ci ha consegnato, alla fine del saggio, la sua lista dei buoni (Gadda, Arbasino, Landolfi...) facendo finta di ignorare che ogni critico ha la sua lista dei buoni. Penso per esempio alla lista che Carla Benedetti compila polemicamente in Disumane lettere 2011 oppure all'ancora più selettiva lista che compila Andrea Cortellessa in Narratori degli anni zero, 2011.

E' legittimo che ogni critico abbia il suo Pantheon personale.  Ma il lettore sagace, da quei mediatori che sono i critici, si aspetterebbe delle santificazioni un po' più trasparenti.

luglio 13, 2015

SCRITTORI editori di se stessi

Scrittori senza editore. O meglio, scrittori editori di se stessi.
Che sia l'ormai vecchio e glorioso self-publishing?  No, è una cosa leggermente diversa e adesso vi spieghiamo perché.

Intanto, chi sono i due autori che praticano entrambi l'auto-pubblicazione? 
Non facciamo nomi, per il momento. Però possiamo dire che il più giovane è un gommista. Ragazzo colto e sveglio, che a vederlo di primo acchito in tuta diresti che è uscito da un romanzo di Caldwell. Ma che poi, quando parla di letteratura ti sorprende come se avessi di fronte a te il fantasma di Giacomo Debenedetti.



L'altro, il più vecchio (e quando diciamo vecchio diciamo un tipo con i capelli grigi, magro, alto, ma indiscutibilmente del secolo scorso) si autodefinisce il romanziere di Pietra de' Giorgi.
I due si sono letti a vicenda, anche se il più vecchio non ha ancora avuto l'agio di affrontare il nuovo romanzo del più giovane. E si stimano a vicenda.
Per il momento finisce qui. Ma in realtà non finisce affatto qui, come vedremo presto.
Precedenti del più giovane: ha pubblicato il suo primo romanzo con i tipi di un piccolo editore e ora, seguendo l'esempio del più vecchio, ha deciso di auto-pubblicarsi.

Precedenti del più vecchio. Dopo aver interpellato alcune agenzie di editing, che in quella fase gli sono state utili, ha bussato alla porta di qualche editore scelto a caso. Poi si è stufato di aspettare e ha fatto la classica cosa che ormai fanno tutti: ha pubblicato la prima versione del suo primo romanzo (che prima si chiamava Palcoscenico rosa e ora si chiama Vero quasi vero) su AmazonContrariamente a quanto strombazza Amazon, la cosa non ha prodotto nessun risultato. Per cui, dopo un anno, ha rotto con gli e-book e ha deciso di auto pubblicarsi su carta, utilizzando i servizi di un piccolo tipografo di Pavia che pratica costi contenuti.

Fine per il momento di una storia che sembra semplicemente ribadire il vecchio adagio piccolo è bello, ma che in realtà,  a detta dei due dissidenti, è un gesto di rivolta che potrebbe aprire scenari nuovi.




Autolesionisti, puritani, snob... dicono alcuni malintenzionati parlando di loro. Con tutte le Scuole di scrittura che ci sono in giro... Basterebbe un po' più di modestia...
Ecco, per l'appunto. 
Attorno al mondo dei nuovi bisognosi (cioè i bisognosi di pubblicazione) è fiorito tutto un indotto, che va dai concorsi letterari di provincia (se non di paesello), ai finti editori,  alle scuole di scrittura creativa (da Baricco in poi), alle agenzie di editing, alle 10 cose da evitare quando si scrive un romanzo (che ha avuto un notevolissimo successo su Facebook, quasi superiore a quello di Medjugorie).
Indotto che è una pacchia per gli intellettuali di provincia alla ricerca di visibilità e per gli editori in asfissia commerciale. 

Tutte queste cose ai nostri due autori non interessano affatto, anche se, rifiutandole, rischiano di rimanere nell'oscurità dell'anonimato.


Primo, perché sanno già scrivere, e piuttosto bene. Secondo, perché bazzicando il vero mondo della Letteratura (che vuol dire letture, letture, letture, scrittura, scrittura, scrittura e una certa esperienza di vita vissuta, nonché una fervida fantasia) sono arrivati alla conclusione che tutti questi bancarellari della cultura andrebbero presi a calci nel sedere e allontanati istantaneamente dal Tempio.



Morale della favola. Per il momento pubblicano in proprio, dalle 20 alle 50 copie. Senza ISBN, perché tanto non vanno in libreria. E regalano i loro romanzi o li fanno pagare 7 euro. Scegliendo accuratamente i loro lettori.

In futuro contano di coalizzarsi e mettere su una task force che faccia "la guerra" al sistema della letteratura, con i suoi stanchi riti, i suoi valori obsoleti e la paccottiglia di molte delle sue pubblicazioni. 

marzo 01, 2015

SCRITTURA INDUSTRIALE COLLETTIVA: un FLOP?



Basta il fatto che In territorio nemico sia stato scritto da 115 e rotte mani per farci spalancare la bocca ed esclamare: 

"Per Giove, questo sì che è un grosso passo avanti. Allora tutto non è perduto. Il romanzo non è morto... alleluia!"?



Ironia a parte, non credo proprio che si debba misurare In territorio nemico sulla base del METODO con cui è stato composto (SIC, scrittura collettiva industriale).

Anche perché il metodo non è poi così originale, trattandosi, in fondo, di una versione sofisticata e letteraria di un social network.

Sono troppo tranciante? non credo, dato che hanno cominciato loro. O per lo meno, ha cominciato uno di loro, Michele Marcon, che nei confronti degli autori more singulo (fra i quali io mi annovero, anche se il mondo come autore non mi ha ancora del tutto identificato) si è espresso così:

Tu che credi di essere un (grande) autore chiuso nella tua stanzetta, e ti fai un sacco di pippe mentali mentre scrivi un (grande) romanzo rivoluzionario che probabilmente non leggerà mai nessuno (e che altrettanto probabilmente rimarrà un tentativo velleitario). Ecco, tu non sei più nessuno. Tu non esisti più. Tu, stereotipo del (grande) autore, oggi sei un operaio che insieme ad altri operai deve collaborare per riuscire a realizzare un prodotto. Certo, questo prodotto non è mica un prodotto qualsiasi, ma è un’opera dell’intelletto – che dico – degli intelletti!

Un simile disprezzo di tipo giacobino (con echi operaistici che rincarano la dose) ricorda il Gruppo '63 quando sfotteva i romanzieri del momento, etichettandoli come Liale. Personalmente a me ricorda altri scenari più cupi, ovverosia i crucifige dell'epoca sessantottina, quando il Movimento se la prendeva con gli intellettuali, a prescindere da colore, ideologia, età, ruolo etc. Bastava che tu studiassi cose che non c'entravano con la classe e/o scrivessi un romanzo ed eri etichettato come libidinosamente borghese.

Non c'è niente da fare. L'Italia era settaria ai tempi di Dante ed è rimasta settaria ai tempi di Michele Marcon!

Ma lasciamo perdere il SIC e vediamo se questo In territorio nemico merita tutta la grancassa che lo ha accompagnato. In altre parole, valutiamolo per quello che è. E cioè un romanzo.

Prima constatazione: l'opera parla della Resistenza (dall'8 settembre al 25 aprile). Ma non ha niente a che fare con i romanzi di allora (Calvino, Fenoglio, Pavese, Vittorini...) che narravano la resistenza quando il cadavere era ancora caldo. 
Difatti, correttamente, gli autori lo definiscono un romanzo storico e su questa strada potremmo anche seguirli, visto che l'opera ottempera ai requisiti indicati dalla Historical Novel Society. Ovverosia è stato scritto almeno cinquant'anni dopo gli eventi descritti ed è stato scritto da autori che all'epoca di tali eventi non erano ancora nati, e quindi hanno dovuto documentarsi su di essi.




Le vicende ruotano intorno al destino di tre personaggi: Matteo Curti, un sottufficiale di marina che diserta e attraversa l'Italia devastata dalla guerra nel tentativo di raggiungere la sorella Adele, imparando a combattere e prendendo coscienza della situazione del paese. Adele Curti, una giovane sposa borghese che, abbandonata dal marito, sopravvive nella Milano bombardata entrando in contatto prima col mondo operaio, poi con quello dei Gruppi di Difesa della Donna e addirittura con quello dei GAP; suo marito Aldo Giavazzi, un ingegnere aeronautico che, per paura di venire deportato, si nasconde nella cascina di famiglia scivolando in una progressiva e visionaria follia.

Valutato come romanzo storico, l'opera ti fa rimpiangere i romanzi che storici non lo sono e nella fattispecie quelli del cosiddetto neo-realismo. Ovvero le opere "autentiche", scritte con passione, da un autore in qualche modo coinvolto nei fatti che narrava (anche se era un autore singolo e come tale era incline, secondo Marcon, a farsi un sacco di pippe. Cosa che nel caso di Cesare Pavese poteva un tantino essere anche vero).

Più che romanzo storico In territorio nemico si direbbe in realtà un romanzo d'azione, scritto in modo convenzionale. Scorrevole, non c'è niente da dire. Ma è un romanzo in cui i personaggi... che ci sono e hanno tanto di nome, cognome, sesso, professione... quando pensano non ti danno affatto l'impressione di farlo e quando agiscono non ti danno affatto l'impressione di agire sullo sfondo di una realtà sociale in movimento, in tensione, com'era quella del '43-44-45.
E' vero, c'è la fabbrica, c'è la linea gotica etc. etc. Ma queste realtà dell'epoca in cui si sono svolti i micro eventi del romanzo, nel romanzo ci stanno come ci sta il fondale di un videogioco. Sono delle quinte immobili o poco più.

Manca peraltro anche la bella lingua sperimentale dei Fenoglio e dei Pavese (e anche di questa senti  la mancanza, eccome!), che quando usavano il sermo humilis mica lo inserivano come erudita citazione storica, come fa invece In territorio nemico quando incastona dialoghi in meneghino o in napoletano o in ciociaro.

No, il loro sermo humilis era il sale & il pepe di una lingua letteraria nuova, che ancora oggi ti prende alla gola per la sua arditezza lessicale e sintattica.



Qui, come già detto, il dialetto è solo l'ingrediente di una sceneggiatura in costume. Della serie: evitiamo che le comparse del film che stiamo girando e che si ambienta ai tempi dell'imperatore Nerone si tradiscano e mostrino (orrore!) l'orologio al posto.

Dal punto di vista, poi, della tecnica narrativa, il romanzo è in prevalenza basato sul discorso diretto, ovverosia "l'idea vecchio stampo del pensiero di un personaggio come discorso fatto a se stesso, una sorta di colloquio interiore".

La modalità più semplice e convenzionale, insomma, di raccontare l'interiorità.  




gennaio 16, 2015

LA SICILIA RACCONTATA DA TERESA CARPINTERI



La Sicilia... la donna. Sono forse questi lo Scilla e Cariddi delle 6 autrici siciliane a cui Donatella La Monaca ha dedicato il saggio di cui abbiamo parlato in un altro post? E che noi stiamo qui rileggendo per ricavarne altri spunti e visualizzare altri scorci?

La domanda va messa necessariamente in standby, perché già il solo sbilanciarsi a parlare di letteratura femminista per alcune di queste scrittrici può scatenare  polemiche.
Procediamo perciò a piccoli passi e chiediamoci per cominciare: quanta e quale Sicilia c'è in queste sei autrici che, messe in fila una dopo all'altra, con la loro vita brillante, i loro premi, i loro successi editoriali occupano un arco di tempo lungo un secolo?




Teresa Carpinteri, la più "vecchia" del sestetto, è oggi in un cono d'ombra. Mentre la sorella, Laura Di Falco ha di recente ricevuto l'onore di riedizioni plurime (VerbaVolant), le opere di Teresa Carpinteri sono confinate  su scaffali polverosi (Mare Magnum ne è sprovvisto, ma c'è invece una copia della Dionea -del 1971- in un circuito alternativo).

Del 1959 il suo primo romanzo (La signora di Belfronte, premio Corrado Alvaro), del 1983 l'ultimo, Siracusa città fortificata.

Già questi due titoli suggeriscono il radicamento in terra siracusana della sua letteratura. D'altronde, pur vivendo sul continente, come la sorella, ella pubblicherà quasi sempre con Flaccovio.
Con la Signora di Belfronte (che uscì a un anno di distanza dal Gattopardo) siamo nella memorialistica familiare.
Con la Dionea, del 1971, l'autrice sceglie come voce narrante un pescatore di Ortigia e ci introduce in un mondo di desolazione e di delirio, con sullo sfondo l'immagine di una donna inquietante che porta il nome di una pianta carnivora. Troppo scarna l'antologia apprestata da Donatella La Monaca per capire dove va a parare il romanzo (un riassunto dell'opera avrebbe giovato). Ma basta per intuire che abbiamo di fronte una prosa raffinata e matura di grande interesse.

Il penultimo romanzo, L'Eringio, del 1978, è dedicato alla vita di una donna in rotta di collisione con il mondo familiare e alla ricerca di una identità autonoma. È la biografia romanzata della poetessa siciliana Mariannina Coffa Caruso. La voce narrante diventa questa volta, dunque, femminile. Ma più che l'impianto ottocentesco evidenziato da La Monaca (a cui siamo costretti a prestar fede), colpisce nelle poche pagine antologizzate l'urgenza di una presa di posizione polemica che a volte produce suoni stridenti.

Una scrittrice, Teresa Carpentieri, che, pur dando la sensazione di appartenere a un altro mondo, rispetto a quello letterario maschile di quegli anni, con i suoi conati sperimentali e/o militanti, fa scattare in noi la voglia postuma di conoscerla più da vicino.


SEI SCRITTRICI SICILIANE fra oblio e impegno civile



Cos'hanno in comune?


Teresa Carpinteri, Maria Rosa Cutrufelli, Livia De Stefani, Laura di Falco, Silvana Grasso, Silvana La Spina, Dacia Maraini.

Sono tutte siciliane. E sono tutte donne.
Può bastare? Evidentemente sì. O almeno, è bastato a Donatella La Monaca, giovane ricercatrice palermitana autrice di Scrittrici siciliane del Novecento (Flaccovio 2008).
Un libro utile  per chi non è siciliano e non conserva il ricordo di alcune di queste autrici, sulle quali è ormai calato il silenzio
Un libro utilissimo soprattutto per tutti coloro a cui a un certo punto prende il buzzo di andare a vedere se per caso  essere un'AUTRICE significa qualcosa di diverso dall'essere un autore.


Peccato solo che la nostra ricercatrice abbia precipitato le cose. Poteva fare un libro migliore. Nel saggio manca uno straccio di bibliografia. Per cui chi non conosce le autrici non è neanche in grado di capire se siano state solo delle stelle filanti nel firmamento letterario italiano o qualcuno fra i critici altolocati le abbia prese sul serio, sudando sulle loro pagine e sdoganandole dalla pura cronaca.

Ma oltre a quelli su elencati, altri significativi tratti accomunano le 6 autrici, suggerendo di rimbalzo, come vedremo, qualche interessante riflessione sul nostro sistema letterario.
Cominciamo ad elencarli, scusandoci in anticipo se qualcuno troverà un po' pedante questa ricognizione preliminare.

Oltre ad essere siciliane e donne, sono state tutte prolifiche autrici di successo, nel senso che hanno pubblicato ad abundantiam, si sono piazzate in svariati concorsi letterari e a volte sono state pluritradotte.

Silvana La Spina, che è una delle più giovani (potremmo dire che è figlia di questo tempo), nel suo paniere ha un premio Mondello, un premio Chiara, un premio Viareggio (finalista), un Grinzane Cavour, un premio Vittorini. I romanzi che ha scritto ad oggi, a partire dal 1987, sono undici. Pubblica con Bompiani e con Mondadori. Ha un suo blog.

Silvana Grasso, meno giovane (n.1952) anche lei ha collezionato un Mondello, due Grinzane Cavour, un Vittorini. I romanzi che ha scritto, a partire dal 1994, sono dieci. Pubblica con Einaudi e Rizzoli.

Maria Rosa Cutrufelli (n. 1946) è stata finalista al premio Strega e al premio Volponi e dal 1990 ha scritto sette romanzi. Ma la sua produzione letteraria è molto più vasta. Pubblica con Frassinelli, Mondadori, Longanesi, Marco Tropea etc.

Dacia Maraini (nata 1936) la più nota, appartiene già ad un'altra generazione. Se ci limitiamo ai romanzi, ha scritto, dal 1962, sedici opere. Ma la sua attività letteraria è molto più ampia. Anche lei ha collezionato vari riconoscimenti ufficiali, fra cui lo Strega nel 1999. Ha pubblicato con Einaudi, Bompiani, Rizzoli, Mondadori.

Con Laura Di Falco (pseudonimo di Laura Carpinteri), nata nel 1910, entriamo in limbo letterario che solo adesso si sta cominciando a squarciare. A suo tempo  -negli anni '50 e a seguire- godette dello stesso favore che ha accompagnato le più giovani scrittrici sopra citate: due volte finalista allo Strega (1959 e 1976), ha ricevuto in extremis il premio Vittorini. Al suo attivo ci sono nove romanzi, di cui alcuni in corso di riedizione. In vita ha pubblicato con Mondadori e con Rizzoli.

Livia De Stefani, palermitana, classe 1913, è stata insignita anche lei di riconoscimenti. Ma con lei il tempo è stato impietoso: non ha neanche una voce su Wikipedia, malgrado il consenso ottenuto dal suo primo romanzo, La vigna di uve nere, Mondadori 1953. Cinque i  romanzi al suo attivo (scritti fra il 1953 e il 1991), più due volumi di racconti. Ha pubblicato con Mondadori, Rizzoli e Vallecchi.

Per finire, eccoci a Teresa Carpinteri. È la sorella più anziana (1907) di Laura Di Falco. Meno prolifica delle scrittrici precedenti (solo 5 romanzi, scritti fra il 1959 e il 1983), anch'essa premiata in vita, il suo ricordo nel mondo  d'oggi è ormai molto flebile. Ha pubblicato con Carucci, Sciascia e Flaccovio.



Ma le assonanze fra queste 6 autrici che in sequenza coprono almeno tre generazioni (anteguerra: Carpinteri/De Stefani/Di Falco; interguerra: Maraini; dopoguerra Cutrufelli/ Grasso/La Spina)  non finiscono qui. Anzi. È impressionante, a ben vedere, quante assonanze si possano identificare.
Adottando un punto di vista più tipico dello storico sociale che non del critico letterario, ci chiediamo intanto a che ceto sociale appartenessero.

Le sorelle Carpinteri e Di Falco appartenevano a una famiglia più che benestante di proprietari terrieri. Livia De Stefani usciva dal ceto dei proprietari terrieri di antico lignaggio feudale. Dacia Maraini era la rampolla di una  prestigiosa famiglia siciliana.
Con Maria Rosa Cutrufelli, Silvana Grasso e Silvana La Spina si entra nella contemporaneità e, inspiegabilmente, le fonti (wikipedia) tacciono sull'origine familiare.

In compenso si dilungano sull'attività professionale di tutte queste scrittrici. 
E perciò veniamo a sapere che Teresa Carpinteri, dopo aver fatto seri studi universitari a Catania e a Pisa, si trasferisce a Roma e si dedica all'insegnamento superiore, scrivendo per diverse riviste letterarie.
La sorella, Laura Di Falco, dopo essersi laureata in filosofia a Pisa, si trasferisce anche lei a Roma e anche lei si dedica all'insegnamento.
Pure Livia De Stefani sceglie di lasciare la Sicilia, dove ha compiuto privatamente seri studi letterari, e si trasferisce a Roma, dove collabora con riviste e quotidiani, dedicandosi anche a una intensa attività editoriale.
La biografia di Dacia Maraini, a parte le vicende belliche in cui fu coinvolta, non differisce dallo schema che abbiamo sommariamente tracciato: trasferimento dalla Sicilia a Roma, intensa attività di collaborazione con riviste prestigiose e poi l'attività scrittoria nel campo del romanzo e del teatro.
Con la Cutrufelli  il profilo professionale si modernizza sensibilmente. Intanto studia in quella fucina di giovani scrittori che, negli anni a seguire sarà l'università di Bologna e per giunta studia con Luciano Anceschi, il padre spirituale del Gruppo '63.  Essendo poi Maria Rosa del 1946, partecipa in pieno all'epopea femminista degli anni '70 e quindi scrive molto di saggistica e d'attualità. Smessi gli abiti della letterata pura, caratteristici delle altre scrittrici siciliane più anziane di lei, scrive anche radiodrammi per la RAI. Tuttavia, come le altre, volta le spalle alla Sicilia e va a vivere e a lavorare a Roma.
Silvana Grasso ha invece più salde radici siciliane. Non solo in Sicilia ci vive e ci insegna. Ma vi svolge anche attività politica. Segno forse di una inversione di tendenza rispetto agli anni in cui la capitale calamitava scrittori, registi, attori e persino critici. Di formazione umanistica come le altre scrittrici che abbiamo biografato, eccelle nella traduzione di classici greci.
Con Silvana La Spina il processo di allontanamento dalla capitale, fino ad allora prescelta per le occasioni che offriva agli intellettuali del sud, si completa. La scrittrice, che per parte di madre è di origine padovana, vive prevalentemente a Catania, dove svolge fra le altre cose attività di opinionista.

Le vicende biografiche delle sei scrittrici qui sommariamente riepilogate forse hanno suggerito l'idea di una cesura generazionale. Si tratta ora di entrare in più intimo contatto con la carne viva di cui sono fatte le sei scrittrici accumunate dallo studio di Donatella La Monaca, e di vedere se la Sicilia è per tutte loro un comune denominatore "forte".